Democrazia, maggioranze e governabilità: la regola di Condorcet e il caso italiano

La soluzione al problema dell’assenza di una maggioranza in società fortemente conflittuali andrebbe cercata non nell’adozione di un sistema elettorale che garantisca comunque una maggioranza, ma nell’adozione di procedure parlamentari che consentano di governare efficacemente anche in assenza di una maggioranza.

L’eventualità della assenza di una maggioranza stabile in Parlamento è un problema molto serio per i politologi (e per i politici), sia dal punto di vista positivo che da quello normativo. E naturalmente questo problema diventa particolarmente grave quando nel paese non esiste una coalizione maggioritaria di opinioni, ovvero, semplificando un po’, quando un’elezione proporzionale non produrrebbe una maggioranza sufficientemente omogenea per governare in modo efficace. Alcuni hanno suggerito, e suggeriscono, di risolvere questo problema adottando un sistema elettorale che produca comunque una maggioranza, vincolando opportunamente le scelte degli elettori. Ma se la società è complessa e articolata questo approccio è rischioso, e lo è tanto di più quanto più la società è divisa (su ciò torneremo). 

La creazione di maggioranze artificiali dovrebbe essere non una prassi corrente, ma una extrema ratio emergenziale da adottare in assenza di altre alternative. Qui suggerisco che la soluzione del problema della possibile assenza di una maggioranza in società fortemente conflittuali andrebbe cercata non tramite l’adozione di un sistema elettorale che garantisca comunque una maggioranza, ma tramite l’adozione di procedure parlamentari che consentano di governare efficacemente anche in assenza di una maggioranza. A un possibile esempio, dotato di basi teoriche molto solide, è dedicato questo articolo. 

Maggioranza ed elezione di un Parlamento 

Un Parlamento deve riprodurre in scala l’assemblea ideale dei cittadini, che sono troppo numerosi per potere riunirsi e deliberare efficacemente tutti insie…

A Hebron è in vigore l’oppressione permanente dei palestinesi

Dalle punizioni collettive alle tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale,  passando per le “sterilizzazioni” delle strade dalla presenza palestinese come le chiamano i soldati, ogni “misura temporanea di sicurezza” che istituzioni e coloni israeliani testano su Hebron diventa poi uno strumento d’oppressione permanente imposto sull’intera Cisgiordania. Per usare le parole di Issa Amro, leader della resistenza non violenta nella regione, Hebron è il “laboratorio dell’occupazione”.

“Israelism”, la rivolta dei giovani ebrei negli USA contro l’indottrinamento sionista

Il film di Sam Eilertsen ed Erin Axelman “Israelism”, proiettato recentemente in Italia, racconta il processo di presa di coscienza di una intera generazione di ebrei americani cresciuti fin da bambini in un ambiente di ferreo indottrinamento al culto di Israele e alla propaganda sionista. Finché molti di loro, confrontandosi con la realtà dei palestinesi attraverso viaggi sul posto o nei campus universitari, non capiscono di essere stati spinti ad annullare la loro ebraicità nella fede cieca in un progetto etnonazionalista.

Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

Nella sinistra postmoderna il discorso sull’oppressione tende a ridursi al punto di vista della vittima. Gli oppressi vengono collocati all’interno di un gruppo indifferenziato la cui unica cifra è l’oppressione stessa. Questo atteggiamento porta ai giudizi ad hominem, poiché non contano tanto le idee ma la posizione in cui si colloca chi le esprime: se non sei un oppresso, non puoi parlare di emancipazione. Se sei un “vecchio uomo bianco”, tenderai sempre e solo a voler mantenere i tuoi privilegi. Le discussioni su chi ha il diritto di parola dovrebbero però lasciare il posto alle discussioni su che cosa ha da dire.