Altro che Smart City: a Roma mancano i dati elementari per costruire politiche pubbliche

I dati sono la principale risorsa per l’organizzazione di servizi, spazi e politiche urbane. È dunque paradossale che la Capitale non disponga di un sistema di raccolta e analisi strutturato, completo e aperto al pubblico. Ne va della stessa democraticità del processo di amministrazione.

Nell’ultimo decennio Roma è stata investita da processi di trasformazione caratterizzati da crescente intensità e velocità, avvenuti al di fuori di qualsiasi capacità di lettura e di intervento tempestivo da parte della politica. Una situazione sulla quale si è innestata la pandemia, producendo l’accentuazione di alcune dinamiche – l’aumento delle disuguaglianze, la desertificazione del centro storico, la crisi in alcune zone del commercio di vicinato, l’emergenza abitativa… – e determinando nuovi bisogni che la politica si è rivelata impreparata ad affrontare. L’assenza di pianificazione dei processi urbani, di una visione e di una strategia per Roma, sono un dato strutturale e una costante nel dibattito sul futuro della Capitale. Con l’avvicinarsi della prossima scadenza elettorale, in uno scenario estremamente dinamico di trasformazione della città, vale la pena avviare una riflessione che focalizzi l’attenzione sugli strumenti di lettura della città a disposizione della politica e chiedersi: sulla base di quali dati e analisi si costruiscono le politiche per Roma? E come se ne valutano gli effetti? 

A.A.A. dati cercasi 

Materia prima dell’economia digitale, i dati sono anche la principale risorsa per l’organizzazione di servizi, spazi e politiche urbane. A Parigi, per esempio, l’Observatoire national de la politique de la ville raccoglie e pubblica dati, elaborazioni e rapporti aggiornati su tutti i temi della politica cittadina, dallo sviluppo economico alla salute, passando per l’ambiente e le questioni abitative. Niente del genere a Roma, città per la quale sovente i dati non ci sono, quelli che ci sono spesso non sono pubblici, quelli che sono pubblici sono insufficienti e frammentati tra enti con competenze diverse che non comunicano tra loro.  

Questa carenza di dati e informazioni istituzionali è stata in parte colmata, negli ultimi anni, da studi e ricerche che provengono perlopiù dal mondo universitario, m…

A Hebron è in vigore l’oppressione permanente dei palestinesi

Dalle punizioni collettive alle tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale,  passando per le “sterilizzazioni” delle strade dalla presenza palestinese come le chiamano i soldati, ogni “misura temporanea di sicurezza” che istituzioni e coloni israeliani testano su Hebron diventa poi uno strumento d’oppressione permanente imposto sull’intera Cisgiordania. Per usare le parole di Issa Amro, leader della resistenza non violenta nella regione, Hebron è il “laboratorio dell’occupazione”.

“Israelism”, la rivolta dei giovani ebrei negli USA contro l’indottrinamento sionista

Il film di Sam Eilertsen ed Erin Axelman “Israelism”, proiettato recentemente in Italia, racconta il processo di presa di coscienza di una intera generazione di ebrei americani cresciuti fin da bambini in un ambiente di ferreo indottrinamento al culto di Israele e alla propaganda sionista. Finché molti di loro, confrontandosi con la realtà dei palestinesi attraverso viaggi sul posto o nei campus universitari, non capiscono di essere stati spinti ad annullare la loro ebraicità nella fede cieca in un progetto etnonazionalista.

Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

Nella sinistra postmoderna il discorso sull’oppressione tende a ridursi al punto di vista della vittima. Gli oppressi vengono collocati all’interno di un gruppo indifferenziato la cui unica cifra è l’oppressione stessa. Questo atteggiamento porta ai giudizi ad hominem, poiché non contano tanto le idee ma la posizione in cui si colloca chi le esprime: se non sei un oppresso, non puoi parlare di emancipazione. Se sei un “vecchio uomo bianco”, tenderai sempre e solo a voler mantenere i tuoi privilegi. Le discussioni su chi ha il diritto di parola dovrebbero però lasciare il posto alle discussioni su che cosa ha da dire.