Una vita a impatto zero / Prima puntata (PODCAST)

Per anni si è parlato di raccolta differenziata come se fosse l’unico gesto virtuoso che il singolo potesse fare per tutelare l’ambiente. C’è chi invece da tempo porta avanti un’altra battaglia, a monte: quella della riduzione totale del rifiuto. Giada Pari ci accompagna in un viaggio all’interno dell’ecosostenibilità con modelli di business virtuosi e testimonianze dirette.

Negli ultimi anni l’ecosostenibilità pare sia diventata una moda, un grido che si leva a più voci e campeggia spesso su cartelloni pubblicitari, spot tv o sulle etichette di prodotti da supermercato e non solo. Ad accompagnare ogni nuovo fenomeno che nasce arriva il relativo neologismo, che in questo caso è stato preso in prestito dalla lingua inglese: greenwashing, nato dalla crasi di green, verde, e whitewashing, imbiancare e quindi in senso lato nascondere qualcosa. Nascondere sotto l’etichetta green prodotti che in realtà non lo sono affatto. Di esempi di questo tipo è ricco il nostro mercato, tanto che diverse aziende sono state multate dall’Antitrust per messaggi fuorvianti e che non corrispondevano alla realtà dei fatti.

Se si guarda però l’altro lato della medaglia si vede un Paese sempre più in fermento e guidato da uno spirito di cambiamento, trainato dalle nuove generazioni, che sta poco alla volta permeando il nostro tessuto. 

È così difficile oggi, con il nostro stile di vita sempre più frenetico, in città sempre più alienanti, fare un passo indietro e provare a essere parte attiva nel cambiamento? La risposta è no perché attorno a noi la realtà sta cambiando. In questa prima puntata di “Vita a impatto zero” ascolteremo le testimonianze di chi ha deciso di cambiare rotta e di chi su questo cambiamento ha investito sogni e futuro, realizzando la prima rete al mondo di negozi sfusi.

Ascolta “Vita a impatto zero / Prima puntata” su Spreaker.

A Hebron è in vigore l’oppressione permanente dei palestinesi

Dalle punizioni collettive alle tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale,  passando per le “sterilizzazioni” delle strade dalla presenza palestinese come le chiamano i soldati, ogni “misura temporanea di sicurezza” che istituzioni e coloni israeliani testano su Hebron diventa poi uno strumento d’oppressione permanente imposto sull’intera Cisgiordania. Per usare le parole di Issa Amro, leader della resistenza non violenta nella regione, Hebron è il “laboratorio dell’occupazione”.

“Israelism”, la rivolta dei giovani ebrei negli USA contro l’indottrinamento sionista

Il film di Sam Eilertsen ed Erin Axelman “Israelism”, proiettato recentemente in Italia, racconta il processo di presa di coscienza di una intera generazione di ebrei americani cresciuti fin da bambini in un ambiente di ferreo indottrinamento al culto di Israele e alla propaganda sionista. Finché molti di loro, confrontandosi con la realtà dei palestinesi attraverso viaggi sul posto o nei campus universitari, non capiscono di essere stati spinti ad annullare la loro ebraicità nella fede cieca in un progetto etnonazionalista.

Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

Nella sinistra postmoderna il discorso sull’oppressione tende a ridursi al punto di vista della vittima. Gli oppressi vengono collocati all’interno di un gruppo indifferenziato la cui unica cifra è l’oppressione stessa. Questo atteggiamento porta ai giudizi ad hominem, poiché non contano tanto le idee ma la posizione in cui si colloca chi le esprime: se non sei un oppresso, non puoi parlare di emancipazione. Se sei un “vecchio uomo bianco”, tenderai sempre e solo a voler mantenere i tuoi privilegi. Le discussioni su chi ha il diritto di parola dovrebbero però lasciare il posto alle discussioni su che cosa ha da dire.