Lavorare per gli algoritmi / Prima puntata (PODCAST)

Nel “lavoro di piattaforma” in aziende come Amazon e Deliveroo tempi e retribuzione sono decisi da algoritmi. Tra precarietà e nuove forme di sfruttamento, le testimonianze di lavoratori ed esperti del settore: “Serve un nuovo contratto sociale per tutelare di più i lavoratori”.

Gestire o combattere le macchine? Dalla rivoluzione industriale questo è uno dei grandi temi e oggi si ripropone con gli algoritmi, che gestiscono tanti aspetti della nostra vita, a volte anche a nostra insaputa. Nella prima puntata di questa serie di podcast parliamo di quello che viene definito “lavoro di piattaforma”.

La discussione intorno a questa tipologia di lavoro si divide tra chi è per il boicottaggio delle aziende come Amazon e Deliveroo e chi chiede il rispetto dei diritti, con altri carichi di lavoro.

Antonello è un rider, ha scelto di fare questo lavoro nel 2016, quando le piattaforme avevano una paga oraria e c’era maggiore supporto. “Oggi tutto è diverso, ogni azienda ha fatto dei cambi nei pagamenti ma alla fine tutte sono arrivate al cottimo”, racconta nell’intervista fatta in pausa tra una consegna e l’altra. Uno dei problemi è che il cottimo è stabilito sulla durata stimata di consegna e non sui tempi effettivi, e il tutto viene calcolato da un algoritmo. “Se la previsione è di 25 minuti e tu ce ne metti 40 per problemi che non dipendono da te, sempre 25 minuti ti pagheranno” commenta Antonello che aggiunge: “A volte mi chiedo se questo sia davvero un lavoro visto che per qualsiasi problema posso parlare solamente con una chat”.

Tra chi è favorevole a una gestione diversa di questa tipologia di lavoro ci sono Antonio Aloisi e Valerio De Stefano, entrambi docenti universitari di diritto del lavoro e autori del libro “Il tuo capo è un algoritmo”, edito da Laterza.

“Sul piano collettivo c’è bisogno di un nuovo contratto sociale con aziende e sindacati, che trattino su come poter aumentare la produttività grazie alla tecnologia ma anche come tutelare di più i lavoratori” commenta Aloisi che aggiunge: “sul piano individuale invece con la pandemia e lo smart working abbiamo compreso che la produttività non dipende dal controllo tossico e maniacale dei dipendenti e dovremmo promuovere l’autonomia di quest’ultimi”.

Quello che è certo è che mentre i governi cercavano di capire come gestire queste forme di lavoro, gli stessi rider hanno iniziato una battaglia che è arrivata fino alla Procura di Milano che con una maxi inchiesta ha chiesto l’assunzione di tutti i rider delle piattaforme di consegna online.

“Il futuro lo decidono le lotte, abbiamo iniziato anni fa con degli scioperi e boicottaggi perché se fosse diventata una trattativa politica chi fa questo lavoro avrebbe avuto meno voce in capitolo” chiosa Lorenzo del collettivo Riders Union di Bologna.

Credit foto: Luca Zennaro ANSA

Ascolta “Lavorare per gli algoritmi / Prima puntata” su Spreaker.

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