I confini dell’umano

Che cosa ci rende umani? Già la parola “uomo” pone problemi: “che cosa è uomo?” chiedeva Kant, ma per rispondere bisogna frequentare un limite, sporgersi oltre i confini della biologia e della sociologia, fino a comprendere come l’ambiente e il contesto sociale entrano nella pelle e si fanno biologia.

Il titolo “I confini dell’umano”, che poi rimanda alla domanda “che cosa ci rende umani?”, mi è stato suggerito da Kant, che al paragrafo 57 dei Prolegomeni parla della fondamentale differenza tra la metafisica e tutte le altre scienze, differenza che consiste appunto nel rapporto tra confine e limite. Il confine concerne ciò che vi è contenuto: tutto quello che c’è qui dentro è Italia e tutto ciò che c’è di là è Francia. Questo è il confine. Per Kant le discipline scientifiche hanno confini. Per esempio la fisica ha confini: quello che si trova da qui all’interno appartiene alla scienza fisica, se poi voi invece raccontate delle fantasie o delle favole o cose di questo genere, questo è fuori dai confini, non è confinabile entro la scienza fisica. Stessa cosa può dirsi della scienza matematica eccetera. Ma quando noi domandiamo – come Kant domandava, come la filosofia ha sempre domandato e continua a domandare – “Che cosa ci rende umani?” o in maniera più diretta come faceva Kant “Che cosa è uomo?”, non c’è risposta disciplinare. Non c’è una disciplina al cui interno troviamo la risposta. In altri termini non c’è un confine che delimiti la risposta alla domanda “che cosa è umano?” La domanda è transdisciplinare.

Tutte le discipline scientifiche hanno dei confini ben precisi, stanno entro i loro confini. La filosofia no. Perché nel momento in cui domanda “Che cosa è umano?” subito si manifesta il paradosso. Posso subito chiedermi infatti: “Ma chi parla? Non è forse un umano quello che chiede?”. Le due risposte, quella della biologia e quella della sociologia, quella della natura e quella della cultura, sono entrambe risposte che stanno dentro un confine, ma nessuna delle due è abilitata davvero alla risposta: sono vie di ricerca ma non sono soluzioni, non possono esserle perché non hanno strutturalmente la possibilità di rispondere alla domanda “Che cosa è umano?” perché già la frequentano, già sono entro la cultura, già sono entro la società.

Quando, per esempio, si parla di genetica è bene tenere presente che attualmente la ricerca, in un suo specifico confine, ha preso il nome di epigenetica. Che cosa sia l’epigenetica lo faccio dire, con citazioni dirette e indirette, a un grande biologo italiano, Carlo Alberto Redi, col quale ho avuto la ventura di un dialogo molto interessante che si intitolava “Quando un corpo può dirsi umano?” (C. Sini – C.A. Redi, Lo specchio di Dioniso, Jaca Book, Milano 2018). Già: quando un corpo può dirsi umano? Un corpo nel ventre materno è già umano o per diventare umano ha bisogno del linguaggio, della cultura, della storia?

La prima osservazione sul rapporto stretto fra condizioni socioeconomiche e biologia la fecero nell’Ottocento Engels e Marx riflettendo sugli operai di Manchester, le cui condizioni di vita determinavano un declino biologico, o se vogliamo un destino biologico, molto diverso da coloro che non erano operai. La stessa scoperta venne poi ripetuta da Rudolf Virchow (1801-1902) che nel 1848, nel corso di un’epidemia di tifo, si rese conto che le relazioni degli individui manifestano le differenze sociali degli individui stessi, cioè i ricchi si difendono meglio dei poveri di fronte alle malattie.

Oggi la risposta tra le più promettenti, tra le più vive ma anche tra le più problematiche che possiamo frequentare è quella dell’epigenetica che ci dice fondamentalmente, sono parole di Carlo Alberto Redi, che l’individuo è di fatto una costruzione sociale. Attenzione: un biologo che non ha particolari tenerezze per la filosofia ci sta dicendo che l’individuo concreto, ognuno di noi, è una costruzione sociale anche sul piano della biologia, è biologicamente una costruzione sociale. L’insieme di tutte le modificazioni chimiche che DNA e proteine (il famoso genoma) incorporano nel genoma per azione dell’ambiente produce l’epigenoma. Queste modificazioni – aggiunta o eliminazione di piccoli gruppi chimici sul DNA e sulle proteine ecc. – sono quelle che ne modulano l’espressione e sono temporanee e reversibili; quindi non sono ereditabili ma incidono nel momento della formazione dell’individuo stesso, in tutti i suoi aspetti e in tutte le sue relazioni.

Alla base della formazione dell’individuo vi è una interazione circolare tra genoma e ambiente. Certamente dunque il genoma pone delle condizioni ma non è la condizione, è una condizione assieme ad altre condizioni. E qual è la relazione tra queste condizioni? Questo è un gran problema, è un cammino che comincia ora verso il quale bisognerà comprendere l’atteggiamento conoscitivo da assumere perché la semplice biologia non può affrontarlo in base alle sue metodologie fattuali. Quindi un individuo è un’interazione circolare tra genoma e ambiente nel quale quel genoma si esprime. Nel corso della sua espressione il genoma incorpora le caratteristiche costitutive di quel determinato ambiente sotto forma di marcatori epigenetici capaci di modularne l’espressione, cioè facendo diventare diverso l’individuo. Sul piano dell’esperienza comune il vivente è un continuo nel tempo. Noi viviamo attraverso un’esperienza collettiva e plurale, noi viviamo entro la storia continua di questa vita, entro questo pianeta e ognuno nella sua particolare nicchia ecologica e nella sua particolare storia. La vita di ciascuno di noi è una continuità nel tempo, il continuo prodursi di cambiamenti sia a livello del genoma, che continua a cambiare (quindi non è unico dalla nascita), sia del fenotipo che ne scaturisce, sia della forma vivente che si manifesta. È il contesto sociale – attenzione sono parole di un biologo – che modella il corpo e quindi è l’epigenetica a mostrare che il corpo è il punto di arrivo di una costruzione sociale.

Parole che andrebbero come scolpite sul frontone di ogni facoltà di biologia. Ripeto: il corpo è il punto di arrivo di una costruzione sociale ed è l’epigenetica che ce lo mostra. Il contesto sociale nel quale si sviluppa la storia del ciclo vitale degli individui, la storia del ciclo vitale di ognuno di noi, è dunque capace di influenzare molti processi biologici. Questo significa che il lavoro, i rapporti, le relazioni, le passioni, gli affetti eccetera incidono anche sul lato biologico della mia vita. E così il sociale si incarna nel biologico e si trasmette da una generazione all’altra.

Ecco perché le scienze entro i loro confini non possono fornire la spiegazione dell’uomo, anche perché quello che entra in laboratorio, quello che costruisce gli strumenti, quello che ci suggerisce dei progetti di ricerca, quello che investe emotivamente ed economicamente, è esso stesso un umano e tutto questo non è un alone che rimane fuori dal laboratorio, ma influenza i risultati stessi del laboratorio.

In questo contesto il termine ambiente va considerato in una ampia accezione, non come solitamente inteso dagli ambientalisti che ne danno una spiegazione meramente naturalistica, come se la spiegazione naturalistica non fosse essa stessa influenzante ciò che essi pensano che l’ambiente sia. Per le cellule germinali è ambiente l’ovaio o il testicolo. Per l’embrione l’organismo materno, per i nuovi individui che nascono l’aria, l’acqua, la famiglia, la scuola. Tutte cose che rappresentano le condizioni a partire dalle quali ognuno di noi vive ma che non vanno intese nel senso della causalità naturale, nel senso tradizionale, arcaico, ottocentesco della scienza. Si tratta invece di un miscuglio assai difficile da districare.

La scoperta dell’epigenetica che l’ambiente – nel senso ampio che ho richiamato, quindi l’ecosistema, la famiglia, la scuola ecc. – è determinante per gli organi, le cellule, i tessuti ha una portata enorme che sbaraglia quella che potremmo chiamare la “superstizione” del DNA. Si dice: “Ce l’hai nel DNA”. Ma queste sono favolette, superstizioni indegne della scienza, che è una cosa seria e che ovviamente non insegna queste cose. Il genoma, il DNA di ciascuna dei milioni di miliardi di cellule che compongono un individuo nelle diverse fasi dello sviluppo è esposto sia a una varietà di agenti chimici e fisici, sia ad ambienti sociali di varia natura (il censo, la famiglia, la scuola, la religione, la cultura). Questi fattori materiali e immateriali sono in grado di marcare epigeneticamente il funzionamento del genoma e così il grado di esposizione e la struttura sociale veicolano in continuità vantaggi o svantaggi del buon funzionamento o del malfunzionamento del genoma. Le ricerche sono rivolte a chiarire i meccanismi attraverso i quali – è Redi che parla – il sociale entra nella pelle e si fa biologia.

Qui capiamo la grande nozione kantiana di limite che citavo prima. Il biologo lavora in laboratorio, con delle macchine, ma il biologo è anche un essere umano e la sua scienza si esprime anche in discorsi. Si tratta di capire qual è il significato di questi discorsi. Ecco, dentro il laboratorio il biologo lavora con delle tecniche precise, con dei metodi ben calibrati e che sono preziosi per ottenere dei risultati di fatto. Ma il significato di quei risultati di fatto non sono dentro quelle macchine, non sono dentro quei metodi, sono appunto sul limite dove noi dobbiamo guardare contemporaneamente, come diceva Kant e questo è il grande problema, contemporaneamente il di qua e il di là, quello che qua rileviamo a livello biologico e quello che là rileviamo a livello sociale.

In questo senso il sociale entra nella pelle e si fa biologia. In particolare i primi nove mesi di vita modellano il rimanente biologico tramite il sociale dei nostri genitori. Lo svantaggio in salute della madre si riflette direttamente sulla salute del bimbo alla nascita e così lo svantaggio sociale diviene una ineguaglianza trasmessa alla generazione successiva. La salute del nascituro e del neonato, dice Redi, è un importante predittore di salute sul lungo termine nella storia del ciclo vitale di un individuo, non solo per aspetti attesi come la disabilità, ma anche per aspetti meno ovvi quali la sua futura educazione, la sua futura istruzione e la sua capacità di guadagno.

Non possiamo noi biologi – questa è la conclusione molto nobile di Carlo Alberto Redi – arrivati a questo punto, apertesi le porte della epigenetica, con questi risultati che sconvolgono la visione naturalistica, oggettivistica, superstiziosa delle scienze tradizionali e del buon senso comune che non è più buon senso, non possiamo restare silenziosi, dobbiamo richiamare l’attenzione su questi dati e non tacere che molti individui vedono cancellata, a causa del sociale che si fa biologico, la possibilità di realizzare il proprio progetto di sé, di perseguirlo e rivederlo nel corso del tempo.

Bene come si sta però su questa soglia? Riporto una frase di Heidegger, che già mezzo secolo fa diceva: Il fatto che la fisiologia e la chimica fisiologica possano indagare sull’uomo come organismo dal punto di vista delle scienze naturali – che lo facciano e che lo facciano molto bene, aggiungo io, è molto opportuno, siamo tutti grati che lo facciano, contraiamo tutti un debito rilevante verso questo lavoro straordinario, meraviglioso della scienza – ma il fatto che possano indagare sull’uomo come organismo dal punto di vista delle scienze non è una prova che l’essenza dell’uomo stia tutta nell’organico.

Il punto è che questa cosa che stiamo dicendo non è più solo un’opinione, per quanto autorevole, di Kant o di Heidegger o della filosofia in genere: adesso lo dice anche la scienza. Continua Heidegger: l’idea che il corpo organico sia un prodotto spiegabile scientificamente non vale più dell’altra secondo cui l’essenza della natura sarebbe racchiusa nell’energia atomica. L’energia atomica è un modo di scandagliare la natura ma non è il significato della natura, non è la risposta alla domanda “che cosa è la natura?”, dove di nuovo chi domanda è una parte della natura, una parte della natura che ha una storia e che usa degli strumenti di conoscenza, i quali a loro volta non possono astrarsi dalla natura e guardarla da fuori: da fuori dove?

Così l’essenza dell’uomo non consiste nell’essere un organismo animale. “Organismo animale” è esso stesso un concetto culturale costruito dalla conoscenza nel corso della sua storia. Omero non lo poteva concepire e Pindaro nemmeno e direi neanche Orazio, è una costruzione recente, molto bella, molto importante, ma una costruzione socio-culturale. Quindi (dice ancora Heidegger) come l’essenza dell’uomo non consiste nell’essere un organismo animale, altresì questa insufficiente determinazione dell’essenza dell’umano, che non è in grado di rispondere alla domanda “che è uomo?”, non può essere eliminata o corretta con la semplice attribuzione all’uomo di un’anima immortale.

La risposta insomma non sta in una fuga irrazionalistica, nella invenzione di oggetti misteriosi che nessuno ha mai visto né incontrato. Queste due estreme soluzioni – quella naturalistica e quella teologica – non stanno sulla soglia, sul suo limite. Non dicono cioè la cosa fondamentale: con quale storia sociale, con quali strumenti tecnici, l’essere umano si è reso umano, è diventato umano. Una delle possibili risposte è semplicemente che l’uomo è il prodotto del suo lavoro e che la conoscenza è appunto un lavoro. Ma la conoscenza, essendo un lavoro, è essa stessa prodotto del lavoro, è un prodotto dell’intera società, un prodotto della storia. L’uomo è il prodotto del lavoro sociale. Prima di questo l’uomo non è un uomo. È al di qua della soglia, è ancora un animale.

C’è chi pensa che con la rivoluzione digitale, con il web, con l’intelligenza artificiale stia iniziando l’era del post-umano. Io sono molto lontano da questo modo di ragionare che mi sembra assolutamente ingenuo, inaccettabile, sensazionalistico, e non dice assolutamente niente di consistente e di nuovo. Basterebbe chiedersi: chi parla di post-umano è egli stesso un umano o un post-umano? Come abbiamo appena detto, l’umano è il prodotto del suo lavoro e uno dei prodotti del suo lavoro è stata la scrittura alfabetica, senza la quale non avremmo la scienza, non avremmo la storia, non avremmo l’Occidente, non avremmo avuto questa grande rivoluzione accaduta in Grecia 2.500 anni fa e più. Dal punto di vista macroscopico in questa rivoluzione digitale non c’è una grande differenza rispetto alla rivoluzione introdotta dalla scrittura alfabetica. Le differenze sono nei particolari. Certo di fronte ai nuovi metodi di scrittura e ai nuovi modi di relazione esplode un mondo, è ovvio che i nostri comportamenti ne siano sconvolti: è una rivoluzione che ci dota di possibilità che prima non c’erano, ci crea dei problemi che prima non c’erano, dei vantaggi ma sicuramente anche delle perdite. Ma è quello che è sempre accaduto nella storia dell’umanità. Quando è arrivata la scrittura alfabetica tante sapienze che erano del mondo dell’oralità sono andate perdute. Questo è un destino inevitabile.

Quando si dice intelligenza artificiale si usa un’espressione che colpisce la fantasia ma non è esatta: l’intelligenza “artificiale” è essa stessa un costrutto umano, del quale non dobbiamo avere paura come non si è avuto paura del fatto che a un certo punto gli esseri umani abbiano iniziato a scrivere, potendo quindi tramandare i loro pensieri attraverso i millenni, mentre prima della scrittura i pensieri avevano una durata incomparabilmente inferiore. Non ci sarà mai una macchina che pensa semplicemente perché la macchina non ha una storia, non ha un cammino sociale, non lavora. Lavorare non significa soltanto produrre degli effetti, come fanno le macchine, ma vuol dire cambiare interamente la relazione del proprio corpo con tutti gli altri corpi, con l’ambiente intorno, con il linguaggio, eccetera.

Certo oggi l’essere umano si è dotato di mezzi straordinari per cui la soglia che sta frequentando è talmente potente da mettere in discussione la sopravvivenza della stessa natura. E questo è il vero problema su cui dovremmo concentrarci. *

* Questo testo è una rielaborazione dell’intervento tenuto dall’autore il 13 giugno 2021 nell’ambito delle Giornate della laicità di Reggio Emilia.

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