Il festino di Pierre Ebuka

Coniuga paradossalmente amore per la buona tavola, Unione Europea e paure dell’altro Manuel Vázquez Montalbán in Il festino di Pierre Ebuka, racconto pubblicato nel 2004 che mette in scena il processo a un epistemologo-cannibale, condannato all’ergastolo e alla cucina di un McDonald’s.

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Da MicroMega 1/2004

O riflessioni sui rischi della decadenza europea: il ‘resoconto’ del processo a un epistemologo-cannibale, condannato all’ergastolo e alla cucina di un McDonald’s, in cui lo scrittore recentemente scomparso coniuga paradossalmente amore per la buona tavola, Unione Europea e paure dell’altro. 

Così come in ogni processo degli anni Quaranta o Cinquanta che avesse a che fare con delinquenti francofoni implicati in un qualsiasi «crimine gratuito», il pubblico ministero, probabilmente ex collaborazionista di Vichy, avrebbe citato la nociva influenza esercitata dalla lettura di André Gide sugli accusati, nell’orripilante processo contro «il cannibale di Strasburgo» l’accusa menzionò la remota influenza di I dannati della terra di Fanon sulle pratiche cannibalesche del reo. 

Pierre Ebuka, appartenente a una confusa tribù antropofaga dell’Africa centrale, si era laureato in Epistemologia all’Università di Heidelberg ed era considerato uno dei prin…

A Hebron è in vigore l’oppressione permanente dei palestinesi

Dalle punizioni collettive alle tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale,  passando per le “sterilizzazioni” delle strade dalla presenza palestinese come le chiamano i soldati, ogni “misura temporanea di sicurezza” che istituzioni e coloni israeliani testano su Hebron diventa poi uno strumento d’oppressione permanente imposto sull’intera Cisgiordania. Per usare le parole di Issa Amro, leader della resistenza non violenta nella regione, Hebron è il “laboratorio dell’occupazione”.

“Israelism”, la rivolta dei giovani ebrei negli USA contro l’indottrinamento sionista

Il film di Sam Eilertsen ed Erin Axelman “Israelism”, proiettato recentemente in Italia, racconta il processo di presa di coscienza di una intera generazione di ebrei americani cresciuti fin da bambini in un ambiente di ferreo indottrinamento al culto di Israele e alla propaganda sionista. Finché molti di loro, confrontandosi con la realtà dei palestinesi attraverso viaggi sul posto o nei campus universitari, non capiscono di essere stati spinti ad annullare la loro ebraicità nella fede cieca in un progetto etnonazionalista.

Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

Nella sinistra postmoderna il discorso sull’oppressione tende a ridursi al punto di vista della vittima. Gli oppressi vengono collocati all’interno di un gruppo indifferenziato la cui unica cifra è l’oppressione stessa. Questo atteggiamento porta ai giudizi ad hominem, poiché non contano tanto le idee ma la posizione in cui si colloca chi le esprime: se non sei un oppresso, non puoi parlare di emancipazione. Se sei un “vecchio uomo bianco”, tenderai sempre e solo a voler mantenere i tuoi privilegi. Le discussioni su chi ha il diritto di parola dovrebbero però lasciare il posto alle discussioni su che cosa ha da dire.