Dalla riforma agraria al Terrore: Menghistu, il Negus rosso

Dopo il ritratto di Hailé Selassié, in questo secondo articolo dedicato ai protagonisti della storia d’Etiopia raccontiamo Menghistu Hailé Mariam, il dittatore comunista che portò il paese fuori dal Feudalesimo e fece uccidere mezzo milione di persone nei primi anni di regime.

12 settembre 1974: la caduta di Hailé Selassié

La foto a sinistra – esposta nel “Red Terror” Martyrs’ Museum di Addis Abeba – segna formalmente l’avvio di quella fase dell’Etiopia che passerà alla storia come “Terrore Rosso”. È stata scattata nel 1976 e cristallizza l’attimo in cui il colonnello Menghistu Hailé Mariàm, durante un comizio in Piazza della Rivoluzione ad Addis Abeba (oggi Meskel Square), al grido di “Morte ai controrivoluzionari! Morte all’EPRP”, scaglia a terra tre bottiglie piene di un liquido rosso sangue per mostrare ciò che la rivoluzione avrebbe fatto ai suoi nemici[1]. Inizia così la campagna di sterminio degli attivisti dell’Ethiopian People’s Revolutionary Party (Eprp) composto sostanzialmente da studenti, molti dei quali tornati in Etiopia dalle università americane. Furono così armate migliaia di persone comuni che commisero omicidi anche a scopo personale. Ad Addis Abeba non c’era giorno in cui non si rinvenissero mucchi di cadaveri sulle strade[2]. I congiunti, per evitare che i corpi dei loro cari finissero nelle fosse comuni, dovevano pagare al regime il costo della pallottola per l’esecuzione, come raccontato anche nel romanzo di Maaza Meghiste, Lo sguardo del leone (Neri Pozza, 2010). Secondo Amnesty International, nei tre anni di Terrore rosso, il “macellaio di Addis Abeba” fece uccidere mezzo milione di persone.

Per capire chi era Menghistu e come era iniziata la sua ascesa, dobbiamo fare un passo indietro e partire dalla carestia del 1972. Il detonatore della rivolta popolare fu un elemento nuovo per l’Etiopia: la potenza delle immagini. Il documentario The unknown famine del giornalista della BBC Jonathan Dimbleby svelò a tutto il mondo quello che stava succedendo in Etiopia nel silenzio assoluto[3].

“Quel diffamatore era ricorso al trucco demagogico di alternare immagini di gente morente di fame a quelle del nostro venerando sovrano che banchettava fra i dignitari; le strade cosparse di scheletri umani, ai nostri aerei che tornavano dall’Europa carichi di caviale e champagne; i campi costellati di gente pelle e ossa in agonia, al nostro monarca che sfamava i propri cani con pezzi di carne presentati su un vassoio di argento”, dirà a Kapuściński un servitore della corte di Hailé Selassié.

La stampa estera, che aveva sempre elogiato l’imperatore, ora lo condannava e i giornalisti di tutto il mondo si riversarono in Etiopia per documentare l’ecatombe[4], ma i dignitari fecero ripulire Addis Abeba e i giornalisti non trovarono traccia di miseria. Compreso il tranello, gli studenti etiopici in rivolta andarono nelle zone della grande carestia a scattare foto e poi passarono il materiale ai giornalisti a cui era proibito lasciare la Capitale. Questa volta nessuno poté neg…

A Hebron è in vigore l’oppressione permanente dei palestinesi

Dalle punizioni collettive alle tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale,  passando per le “sterilizzazioni” delle strade dalla presenza palestinese come le chiamano i soldati, ogni “misura temporanea di sicurezza” che istituzioni e coloni israeliani testano su Hebron diventa poi uno strumento d’oppressione permanente imposto sull’intera Cisgiordania. Per usare le parole di Issa Amro, leader della resistenza non violenta nella regione, Hebron è il “laboratorio dell’occupazione”.

“Israelism”, la rivolta dei giovani ebrei negli USA contro l’indottrinamento sionista

Il film di Sam Eilertsen ed Erin Axelman “Israelism”, proiettato recentemente in Italia, racconta il processo di presa di coscienza di una intera generazione di ebrei americani cresciuti fin da bambini in un ambiente di ferreo indottrinamento al culto di Israele e alla propaganda sionista. Finché molti di loro, confrontandosi con la realtà dei palestinesi attraverso viaggi sul posto o nei campus universitari, non capiscono di essere stati spinti ad annullare la loro ebraicità nella fede cieca in un progetto etnonazionalista.

Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

Nella sinistra postmoderna il discorso sull’oppressione tende a ridursi al punto di vista della vittima. Gli oppressi vengono collocati all’interno di un gruppo indifferenziato la cui unica cifra è l’oppressione stessa. Questo atteggiamento porta ai giudizi ad hominem, poiché non contano tanto le idee ma la posizione in cui si colloca chi le esprime: se non sei un oppresso, non puoi parlare di emancipazione. Se sei un “vecchio uomo bianco”, tenderai sempre e solo a voler mantenere i tuoi privilegi. Le discussioni su chi ha il diritto di parola dovrebbero però lasciare il posto alle discussioni su che cosa ha da dire.