Concepire il femminile. Confronto tra una femminista e un liberale critico / Seconda parte

Linguaggio, femminismo, differenza, lavoro. Monica Lanfranco risponde alla lettera di Pierfranco Pellizzetti su identità e lotte del movimento delle donne pubblicata nel precedente numero di MicroMega+.


Caro Pierfranco, intanto grazie. Per aver pensato a me e al mio lavoro, per la proposta di scambio, quindi di relazione: sarebbe andata benissimo anche una intervista classica, me ne capitano un’infinità negli ultimi decenni, dove però la reciprocità è mancante. Poni questioni complesse, fai molti riferimenti come si confà alla tua cultura enciclopedica, e dato che sarebbe interessante che le persone che ci leggono riuscissero a individuare i nodi di questo nostro dialogo, sia nella concordanza così come nella discordanza, ho provato a isolare alcune parole chiave.

Ho scelto linguaggio, femminismo, differenza e lavoro.

Faccio una premessa, che spero chiarisca almeno in parte il mio punto di partenza nell’osservare il mondo e provare a intervenire per modificarlo.

Sono una attivista femminista di mezza età, che ha cercato di fare fin da adolescente il mestiere di giornalista e di formatrice non prescindendo mai dalla sua appartenenza al sesso femminile.

Essere una femmina, se all’inizio della comparsa nel ventre di mia madre è stato un caso, ha assunto nella mia vita un significato e una centralità imprescindibile. Per questo, una volta entrata nel mondo adulto, non ho mai condiviso l’affermazione secondo la quale “siamo tutti persone”, spesso usata per conciliare fintamente, e non affrontare mai, l’inevitabile conflitto tra i due sessi.

Secondo questa visione il definirci così, persone, basterebbe per situarci nel mondo in modo automatico e indolore, senza discriminazioni. È la realtà a smentire chi lo sostiene: spesso usare il generico ‘persona’ è un modo per sfuggire all’ingombrante verità che l’avere un corpo maschile o uno femminile non è indifferente, in ogni società, visione culturale e ceto sociale.

Essere persone non basta per essere degne di memoria, diritti, cittadinanza, libertà.
Al contrario è basilare e vincolante il sesso che ti capita alla nascita, per stabilire il proprio posto nella scala gerarchica colletti…

A Hebron è in vigore l’oppressione permanente dei palestinesi

Dalle punizioni collettive alle tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale,  passando per le “sterilizzazioni” delle strade dalla presenza palestinese come le chiamano i soldati, ogni “misura temporanea di sicurezza” che istituzioni e coloni israeliani testano su Hebron diventa poi uno strumento d’oppressione permanente imposto sull’intera Cisgiordania. Per usare le parole di Issa Amro, leader della resistenza non violenta nella regione, Hebron è il “laboratorio dell’occupazione”.

“Israelism”, la rivolta dei giovani ebrei negli USA contro l’indottrinamento sionista

Il film di Sam Eilertsen ed Erin Axelman “Israelism”, proiettato recentemente in Italia, racconta il processo di presa di coscienza di una intera generazione di ebrei americani cresciuti fin da bambini in un ambiente di ferreo indottrinamento al culto di Israele e alla propaganda sionista. Finché molti di loro, confrontandosi con la realtà dei palestinesi attraverso viaggi sul posto o nei campus universitari, non capiscono di essere stati spinti ad annullare la loro ebraicità nella fede cieca in un progetto etnonazionalista.

Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

Nella sinistra postmoderna il discorso sull’oppressione tende a ridursi al punto di vista della vittima. Gli oppressi vengono collocati all’interno di un gruppo indifferenziato la cui unica cifra è l’oppressione stessa. Questo atteggiamento porta ai giudizi ad hominem, poiché non contano tanto le idee ma la posizione in cui si colloca chi le esprime: se non sei un oppresso, non puoi parlare di emancipazione. Se sei un “vecchio uomo bianco”, tenderai sempre e solo a voler mantenere i tuoi privilegi. Le discussioni su chi ha il diritto di parola dovrebbero però lasciare il posto alle discussioni su che cosa ha da dire.