Alla ricerca del lato oscuro di Confindustria

Pavidi notabili o cospiratori pervicaci? A partire da un saggio di Elio Catania – “Confindustria nella Repubblica" (1946-1975), Mimesis – una riflessione sull’influenza esercitata dall’associazione degli industriali sulle scelte politiche di governo dagli anni Cinquanta agli Ottanta.

Elio Catania, Confindustria nella Repubblica (1946-1975), Mimesis, Sesto San Giovanni 2021

Pavidi notabili o cospiratori pervicaci?


Genova, non La Spezia come scrive Catania (E.C. pag.253). Si era alle avvisaglie dell’Autunno Caldo, paventato da molti imprenditori come l’anticamera dell’avvento del comunismo, e le cronache locali narrano di un incontro nella villa-castello di un ricco padrone di casa – nel residenziale quartiere di Boccadasse (l’antico borgo di pescatori ormai trasformato in luogo alla moda) – tra un gruppo di industriali e il “principe nero”. Quel Junio Valerio Borghese che, durante la Resistenza al nazi-fascismo, guidava la Decima Mas al servizio degli occupanti tedeschi nei rastrellamenti e nelle uccisioni di partigiani. Che – aggiunge Catania – riceveva sostegno «da una parte consistente di Confindustria» (E.C. pag.119).

Il futuro golpista da operetta era salito al nord allo scopo di ottenere finanziamenti per i suoi progetti. Il quadro generale che presentò ai suoi ospiti fu quello di un Paese ormai in totale balia della sovversione rossa; che solo un colpo di Stato e l’instaurazione di una giunta militare alla maniera greca avrebbe potuto riportare all’ordine. Una descrizione della catastrofe imminente tale da far correre brividi freddi lungo la schiena dell’uditorio, che accompagnava l’esposizione terrorizzante con evidenti cenni d’assenso. Ma per contrastare l’imminente rivoluzione e occupare per tempo i centri nevralgici dello Stato occorrevano mezzi adeguati: armi, autoblindo, esplosivi… Ora i partecipanti sottolineavano l’elencazione bellica fatta da Borghese con sonori “certo”, “proprio così”, “cosa si aspetta?”. A quel punto il principe ritenne di avere la platea in pugno. E passò all’incasso: «per organizzare tutto questo ci vogliono tanti soldi. Voi come potete concorrere?». Il brivido per l’incombente esproprio proletario si trasformò immediatamente nei sudori freddi di chi paventava un qualche prelievo patrimoniale ancora di più della presa del Palazzo d’Inverno. Ci fu un lungo silenzio imbarazzato, poi prese la parola il più dovizioso tra quei convenuti con i piedi ben al caldo: «i tempi sono difficili… le tasse… l’inflazione…». Insomma, nessuno di loro era intenzionato a cacciare nemmeno una lira. Completamente sconcertato, l’aspirante dittatore gettò la maschera: «almeno risarcitemi le spese di viaggio». Fu accontentato: gli venne rimborsato il costo del biglietto ferroviario Genova-Roma. In seconda classe.

E non si tratta di una trama caricaturale, scritta dai soggettisti di “Vogliamo i colonnelli”, il film di Mario Monicelli.

Chi scrive – semmai – ricorda ancora altri personaggi assai meno titubanti dei sovversivi da salotto di Boccadasse; come la “vecchia Gigia”, l’industrialessa emiliana “di zigomo forte” che durante gli scioperi del secondo dopoguerra presidiava con una doppietta spianata i cancelli della fabbrichetta di famiglia contro gli operai che pretendevano l’autogestione, mentre il marito continuava tranquillamente a lavorare nella sua officina. Ma quella era una prima generazione dei “padroncini” di piccola impresa, posseduti da spiriti animali terribili e – in un certo senso – ammirevoli; cui fece seguito quella dei figli ripuliti e alfabetizzati. Prudenti amministratori del lascito paterno (e materno). Comunque refrattari a qualsivoglia avventura che potesse turbare il loro tran-tran. E così la base di Confindustria si popolò di cultori “legge & ordine” che affiancavano il vertice tradizionale dei notabili. I padroni veri, “governativi per definizione”, come aveva teorizzato anni prima il …

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