Facebook diventa Meta: cosa c’è dietro il metaverso

Un nuovo nome all’azienda. Migliaia di assunzioni. In calo di appeal nei confronti del pubblico, il social network di Mark Zuckerberg ha deciso di investire con forza sul progetto di “metaverso”, uno stadio superiore di internet, quasi appropriandosi di quanto stanno già facendo altre piattaforme. Basterà questa accelerata per colmare un gap sempre più evidente?

Poco più di un anno fa, il documentario The Social Dilemma diretto da Jeff Orlowski ci ha dato l’illusione di essere una sorta di spartiacque nella comune consapevolezza di ciò che davvero rappresentano per noi i social network e le altre grandi piattaforme digitali. C’è stato un sussulto delle nostre coscienze e di quelle del grande pubblico di Netflix: la distribuzione del documentario ha potuto beneficiare della clamorosa esplosione della piattaforma nell’anno pandemico 2020, quello in cui ha superato i 200 milioni di abbonati. Poi, però, la bolla si è sgonfiata, come capita spesso per i fenomeni di massa, più o meno grandi. E oggi ci ritroviamo a parlare (o a riparlare?) del metaverso proposto da Facebook nel momento esatto in cui la compagnia di Mark Zuckerberg affronta una nuova ondata critica che parte dalle rivelazioni alla stampa della whistleblower Frances Haugen e arriva nelle stanze della politica – di Capitol Hill e di Westminster –, dove lo sguardo con cui si osservano le Big Tech sembra essere torvo come non mai. La scelta di dare una accelerata comunicativa sul metaverso può essere la puntura dell’ago che – ancora una volta – cerca di far sgonfiare la bolla.

Quando mi sono ritrovato a parlare con Joe Toscano – in collegamento dal Nebraska, in un momento storico in cui gli Stati Uniti si stavano preparando al dopo Trump (ma non avevano ancora vissuto l’onta di Capitol Hill) – mi è sembrato illuminante un passaggio in particolare, che mi ha fatto capire in maniera distinta come operano i grandi giganti del web, quando affrontano un progetto nuovo e impattante. Joe Toscano, uno dei testimoni chiave utilizzati all’interno del documentario The Social Dilemma, lavorava come consulente per Google nel monitoraggio della user experience (in italiano “esperienza di utente”, è una espressione utilizzato per definire la relazione tra una persona e un prodotto, un servizio, un sistema, ndr). Ha deciso di fermarsi quando ha capito che il lavoro che stava facendo si stava spingendo oltre rispetto a un accettabile confine etico. La sintesi della sua spiegazione – che abbiamo evidenziato

La democrazia non crede in Dio

Affinché la democrazia possa essere esercitata, la parola divina e l’esistenza stessa di qualsiasi entità mistica superiore devono essere assolutamente escluse dal dibattito pubblico. Pubblichiamo la seconda parte dell’intervento di Gérard Biard, caporedattore di Charlie Hebdo, alle Giornate della Laicità di Reggio Emilia.