I Gattopardi di Draghi. Bestiario della restaurazione all’italiana

Da Giorgetti a Brunetta, da Gelmini a Tabacci, da Fornero a Maroni. Questi e altri personaggi politici della Seconda Repubblica, sostenitori delle politiche liberiste dell’ultimo ventennio, sono stati richiamati con incarichi diversi al governo per portare il paese fuori dalla crisi. Loro che l’hanno prodotta.

Se si vuole capire perché il governissimo presieduto da Mario Draghi non decide e rinvia le riforme annunciate (sistema fiscale, pensioni post quota 100, mappatura del catasto e delle concessioni balneari spacciate per riforme) bisogna guardare alla sua composizione.

Quando alla fine del gennaio 2021 il presidente della Repubblica Sergio Mattarella diede incarico esplorativo a Roberto Fico per verificare la maggioranza costituita da Pd, 5 stelle e LeU “come unica possibilità di governo a base politica”, non poteva certo immaginare che l’artefice di quella crisi di governo – Matteo Renzi – fosse mosso da interessi economici, affaristici oltre che politici, come le inchieste di questi giorni sembrano dimostrare.

Quando nel febbraio 2021 il Presidente convocò al Quirinale Mario Draghi, parlò di fiducia a “un governo di alto profilo, che non debba identificarsi con alcuna formula politica” oltre a far fronte saggiamente alla grave emergenza sanitaria in corso. Immediatamente dopo, la grande stampa e i talk televisivi s’affrettarono ad annunciare il ‘governo dei migliori’, dei ‘competenti’ senza nemmeno vederlo nascere e ignorando che anche la competenza non è neutra, ma ha visioni diverse.

Così la politica ha le sue regole e Draghi, che comunque la si voglia pensare sul proprio conto gode di curriculum e reputazione internazionale d’eccellenza, aveva bisogno dei voti in parlamento e di compattare forze politiche antitetiche. Ne nacque una lista dei ministri da manuale Cencelli, un bestiario di personaggi politici che credevamo di non vedere più, tra i peggiori alfieri del berlusconismo e figure giurassiche della seconda e a volte anche della prima repubblica, esponenti di partiti che gli elettori avevano bocciato nel 2018, nomine di consulenti e di esperti le cui competenze hanno cavalcato lo zeitgeist del liberismo, emanazioni di una tecnocrazia finto-neutrale.

Nomine conservatrici che hanno spostato l’asse del governo e di conseguenza della gestione del Recovery plan verso destra e che lasciano il sapore della restaurazione. Richiamati con incarichi diversi al governo in nome della ‘salvezza nazionale’ e per portare il paese fuori dalla crisi. Loro che l’hanno prodotta.

Ecco una breve carrellata del ‘congresso di Vienna’ in salsa italiana:

Giancarlo Giorgetti – Esponente storico della Lega, fin dai tempi della Lega lombarda di cui fu segretario dal 2002 al 2012, parlamentare per sei legislature, eletto per la prima volta nel ‘96, viene oggi propinato come moderato, europeista solo perché amico di vecchia data di Draghi, l’unico politico a cui il presidente concede il “tu”. Nell’agosto del 2019, pochi mesi prima della pandemia da coronavirus con le persone contagiate lasciate in casa senza assistenza in alcune aree del paese per la carenza di medicina di prossimità, dichiarò pubblicamente: “è vero, mancheranno 45mila medici di base nei prossimi cinque anni. Ma chi va più dal medico di base? Senza offesa per i medici di base anche qui presenti, nel mio piccolo paese vanno ovviamente per fare le ricette mediche, ma quelli che hanno meno di cinquant’anni vanno su internet, cercano lo specialista. Tutto questo mondo qui, quello del medico di cui ci si fidava anche, è finita anche quella roba lì”. …

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Niente progetti green, assenza di partecipazione, cittadini non considerati e il mondo dell’accademia messo ai margini. Nicoletta Parisi – coordinatrice di LIBenter, osservatorio sul Pnrr promosso da Università Cattolica, Cnel, Fondazione Etica e Libera – denuncia: “Se nella scrittura del Piano non c’è stata partecipazione, nell’esecuzione cosa accadrà?”.

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A febbraio 2022 si voterà il tredicesimo presidente della Repubblica. Un’elezione piena di incognite e insidie che rischia di trasformare la nostra democrazia in un semipresidenzialismo di fatto.