Quirineide, l’azzardo di Draghi

A febbraio 2022 si voterà il tredicesimo presidente della Repubblica. Un’elezione piena di incognite e insidie che rischia di trasformare la nostra democrazia in un semipresidenzialismo di fatto.

È mai successo in settantacinque anni di vita repubblicana che un Presidente del Consiglio in carica diventasse Presidente della Repubblica? La risposta è no. Ma nel Palazzo tutti sanno e fanno finta di non sapere che al premier Mario Draghi il Quirinale non dispiacerebbe affatto, anzi. In tutti questi mesi di permanenza a Palazzo Chigi negli ambienti politici e nel racconto dei media mainstream non si è fatto altro che ripetere il refrain “Draghi al Quirinale” e il diretto interessato non si è mai dichiarato pubblicamente indisponibile per il Colle, avallando di fatto con il silenzio la sua candidatura.

Resta un problema, per così dire: la Costituzione italiana. Tra Draghi e il palazzo del Quirinale c’è l’articolo 84 della Carta che recita: “l’ufficio di Presidente della Repubblica è incompatibile con qualsiasi altra carica”. Al momento dell’elezione quindi, il presidente della Repubblica eletto dal parlamento in seduta comune non deve avere nessun altro incarico e questo significa che Draghi dovrebbe dimettersi prima di andare al Quirinale. Sappiamo che un premier quando si dimette è ancora in carica (per gli affari correnti) e quindi sarebbe necessario avere già il premier successivo prima di eleggere Draghi al Quirinale. Una cosa a dir poco complicata, un passaggio inedito che andrebbe compiuto da questo parlamento più simile a un campo di battaglia Viet Cong che all’emiciclo dei rappresentanti del popolo. La cui legislatura ha visto nascere tre governi figli di maggioranze l’una l’opposta dell’altra, incapace di far passare anche leggi banali come la Zan.

Anche Carlo Azeglio Ciampi, il cui nome in questi mesi è stato più volte accostato a quello di Draghi, per i punti fattuali in comune, al momento dell’elezione non aveva incarichi. Entrambi sono stati governatori della Banca d’Italia, entrambi sono indipendenti, cioè non hanno un partito d’origine di provenienza, anche se Ciampi ebbe trascorsi nel partito d’Azione, e soprattutto entrambi hanno guidato un governo di ampia coalizione, formato da una maggioranza eterogenea. Pur tuttavia, Ciampi è stato premier dal ’93 al ’94 e solo nel 1999 salirà al Colle.

Antonio Segni è stato presidente del Consiglio dal ’55 al ’57 e poi dal ’59 al ’60, ma il suo settennato al Quirinale comincerà nel 1962. Giovanni Leone è stato premier due volte nel ’63 e nel ’68 per pochi mesi mentre nel 1971 sarà eletto presidente della Repubblica. Anche Francesco Cossiga è stato capo del governo nel ’79-’80 e poi sarà eletto capo dello Stato cinque anni dopo.

Questo appunto perché la Costituzione prevede l’incompatibilità con qualsiasi altra carica. Gaetano Azzariti, professore di Diritto costituzionale alla Sapienza, esprime a MicroMega il suo parere: “Non c’è mai stato un passaggio immediato di un presidente del Consiglio a presidente della Repubblica perché sono due funzioni assolutamente diverse. La Costituzione assegna al presidente del Consiglio la titolarità dell’indirizzo politico, il presidente della Repubblica è un organo di garanzia. Non si può confondere chi deve fare la politica nazionale con chi la deve controllare. In linea teorica nulla impedisce che chi sta coordinando la politica nazionale ne diventi il garante. Tecnicamente però, semmai Draghi dovesse diventare presidente della Repubblica, sarebbe opportuno anzitutto che fosse votato alla prima votazione per lasciare il più rapidamente possibile il tempo all’attuale presidente Mattarella – prima dell’insediamento del futuro presidente – di risolvere la crisi di governo. Tutta questa fa…

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