Draghi, Prodi, Telecom, KKR e le privatizzazioni fallite: “Ce lo chiede l’Europa”

Altro che panacea per risolvere i problemi del Paese. Il risultato di privatizzazioni e deregolamentazioni è stato un trentennio perduto per l’economia italiana. Un fallimento che ha in Romano Prodi e Mario Draghi i principali responsabili.

Privatizzare le infrastrutture strategiche? Vendere Telecom agli stranieri? La decisione è già stata presa trenta anni fa. Fin dagli anni 90 ce lo ha chiesto (e imposto!) l’Europa di privatizzare le industrie pubbliche per entrare nell’euro. La privatizzazione di Telecom, inizialmente come “regalo” alla Fiat, è stata responsabilità del governo di Romano Prodi (ottobre 1997) ma è stata programmata già qualche anno prima, il 2 giugno 1992, nello yacht reale del Britannia anche grazie al prezioso contributo di Mario Draghi, l’attuale capo del governo, al tempo direttore generale del Tesoro: il suo intervento pro-privatizzazioni a bordo del Britannia – credo molto interessante e istruttivo per i lettori – è riportato integralmente in conclusione dell’articolo.

Dai primi anni 90, con il Trattato di Maastricht (firmato nel 1992) è partito il processo di privatizzazione, finanziarizzazione e colonizzazione delle società italiane che, tra l’altro, ha distrutto la SIP, oggi TIM-Telecom, che era allora una società pubblica tra i leader delle telecomunicazioni europee. Ma le privatizzazioni non riguardarono solo le comunicazioni. Nel nome dell’Europa unita, con il sacro sigillo dell’italianissimo Carlo Azeglio Ciampi (ministro del Tesoro al tempo della privatizzazione di Telecom) tutto è stato privatizzato, comprese le industrie tecnologiche di stato e le banche pubbliche, anche le autostrade e gli aereoporti, con il risultato di un trentennio perduto (e forse di più) per l’economia italiana. Non c’è più molto da meravigliarsi ormai. Lo scandalo dura da trent’anni.

Seguendo le direttive liberiste europee e mondiali allora (e tuttora) imperanti, Romano Prodi con l’aiuto di “Super-Mario” Draghi, all’inizio degli anni 90 cominciò, con fervore degno di ben altra causa, a smantellare l’industria pubblica che aveva contribuito in maniera determinante al miracolo economico italiano. L’azienda Telecom, una volta privatizzata, è stata utilizzata come un bancomat per realizzare ricche plusvalenze – non profitti di impresa ma plusvalenze finanziarie – da parte di tutti, o quasi, i maggiori capitalisti italiani (Agnelli, Colaninno e la Razza Padana, Tronchetti Provera, Benetton, con il soccorso di Mediobanca, Generali, Intesa, Unicredit e altri) e poi, ovviamente, una volta già abbastanza spolpata, per gli investitori esteri (la spagnola Telefonica, la francese Vivendi, il fondo speculativo americano Elliott e infine oggi l’altro fondo americano KKR). Oggi la proprietà di quella che era il gestore italiano delle Tlc nazionali è paradossalmente contesa tra i francesi di Vivendi e gli americani di KKR, con Cassa Depositi e Prestiti (la finanziaria del Tesoro e delle fondazioni bancarie) in un ruolo minore.

Privatizzare e concedere Telecom agli stranieri è stata una tripla bestialità: prima di tutto perché la rete di telecomunicazioni per sua natura è un monopolio naturale: infatti sul piano economico e tecnico non hanno senso due reti per una stessa abitazione. La concorrenza sulle reti è uno spreco di capitale. È come avere due reti ferroviarie che collegano Milano e Roma. Ne basta una fatta bene. Inoltre l’esternalizzazione delle telecomunicazioni è rovinosa perché le tlc sono un comparto ad alta tecnologia: se i centri decisionali si spostano all’estero, l’Italia diventa una “ignorante tecnologica”, perde competenze strategiche e la possibilità di competere nella Knowledge Economy, ovvero in una economia dove la conoscenza è la principale risorsa competitiva. Infine, non esiste al mondo un Paese avanzato che ceda la proprietà e il controllo delle sue comunicazioni a potenze straniere: è una questione di sicurezza nazionale. Perfino il Messico ha gestori nazionali.

La vicenda di Telecom Italia ra…

La democrazia non crede in Dio

Affinché la democrazia possa essere esercitata, la parola divina e l’esistenza stessa di qualsiasi entità mistica superiore devono essere assolutamente escluse dal dibattito pubblico. Pubblichiamo la seconda parte dell’intervento di Gérard Biard, caporedattore di Charlie Hebdo, alle Giornate della Laicità di Reggio Emilia.