Quei sussidi italiani alla Germania

L’Italia ha pagato certe sciagurate politiche della BCE – influenzate da Berlino, potenza dominante in Europa – con decine di punti di debito/PIL in più e trovandosi ancor più povera, mentre la Germania simmetricamente ci guadagnava.

Già nella prima edizione delle Sei lezioni di economia denunciavo l’enorme risparmio nella spesa per interessi che il governo tedesco lucrava dalla fuga di capitali dai titoli di stato italiani verso quelli tedeschi, considerati più sicuri.[1] Un istituto tedesco aveva all’epoca quantificato tale risparmio in 100 miliardi di euro. Nell’edizione inglese del 2020 citavo l’autorevole membro tedesco del consiglio esecutivo della BCE, Isabel Schnabel che quantificava nel febbraio 2020 i risparmi di spesa per Berlino in 400 miliardi di euro dal 2017. Questo non solo, naturalmente, in seguito alla fuga dai titoli italiani, che si era progressivamente calmata dal celebre intervento di Draghi del 2012, ma soprattutto per le misure di acquisto di titoli pubblici avviata dalla BCE dal marzo 2015. Questi acquisti erano soprattutto indirizzati a mettere in sicurezza i titoli ad alto debito, come quelli italiani. Ma poiché la BCE deve agire erga omnes, ad avvantaggiarsene furono, ancora una volta, anche i titoli tedeschi. Insomma, vantaggi dalle disgrazie altrui, magari non espressamente cercati, ma comunque evidenti. Disgrazie nei confronti delle quali non si è però innocenti, se è vero che Berlino è stata la principale ispiratrice delle disgraziate politiche fiscali e dell’inazione della BCE sino alla Presidenza Draghi nel 2011, ma nei fatti anche oltre continuando a frenare l’azione della banca centrale.

Un saggio di Athanasios Orphanides, un’ex banchiere centrale cipriota e prestigioso studioso di politica monetaria, docente al Massachusetts Institute of Technology, rafforza queste considerazioni. Sebbene del 2018, il paper avanza osservazioni di grande attualità nel dibattito europeo.[2]

Politica monetaria, politica fiscale e democrazia

Com’è noto, a differenza degli altri grandi paesi industrializzati, la governance economica europea si basa sul solo pilastro della politica monetaria, relegando la politica fiscale a una serie di vincoli che ne mortificano l’impiego per contrastare il ciclo economico. Tale separatezza è però solo apparente: “Quasi ogni azione della banca centrale ha conseguenze fiscali” puntualizza Orphanides (2018, p. 450) citando un altro importante economista e banchiere centrale (e maestro americano di Draghi peraltro), Stanley Fischer. Al riguardo, è già secondo noi molto discutibile che la politica monetaria sia sottratta al controllo democratico dei parlamenti, rendendo “indipendenti” le banche centrali sulla base di teorie economiche opinabili. Orphanides non si mette a contestare di petto tale indipendenza, preferendo metterla in discussione su un altro piano: se la politica monetaria ha conseguenze fiscali, e poiché è unanimemente riconosciuto che le decisioni di bilancio sono di pertinenza dei parlamenti, diventa contestabile che un’istituzione autonoma possa influenzare il bilancio pubblico decidendo ciò che fare o non fare al di fuori di un controllo democratico:

Evidenziare le tremende conseguenze fiscali di decisioni di politica monetaria puramente discrezionali potrebbe sollevare domande sull’opportunità di assegnare tali poteri a funzionari non eletti della banca centrale. In società democratiche, le questioni fiscali sono riconosciute come pertinenza dei governi eletti (ibid, p.450).

L’indipendenza delle banche centrali nel condurre la politica monetaria è stata giustificata nell’impedire che se ne abusasse una volta lasciata nelle mani di governi il cui orizzonte non va oltre la tornata elettorale successiva. Tuttavia, argomenta Orphanides:

Mentre la stabilità dei prezzi dovrebbe essere l’obiettivo primario della banca centrale, rimane fondamentale riconoscere gli immensi poteri fiscali dei bilanci delle banche centrali. Senza compromettere la stabilità dei prezzi, le banche centrali hanno un considerevole margine di manovra nel promuovere risultati economici migliori tenendo in maggior conto le conseguenze fiscali delle loro azioni (ibid, p. 451).

Sfortunatamente il modello economico dominante assegna un ruolo centrale alla banca centrale a cui viene assegnato il ruolo del “re o dittatore benevolo” (ibid, p. 451). In tale ruolo la banca centrale si può arrogare il diritto di giudicare se le azioni dei governi democraticamente eletti sono in linea col suo modello …

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