Dante laico ed eretico

Da un secolo il Vaticano rivendica la totale appartenenza di Dante alla cattolicità. Un tentativo di appropriazione ardito. Perché il sommo poeta è storicamente il primo teorico occidentale della separazione tra politica e religione. E la Commedia e altri suoi scritti pullulano di feroci invettive antiecclesiastiche e antipapali.

Ѐ da 100 anni che la Curia romana ha deciso non solo di commemorare vita e opere di Dante Alighieri, ma di rivendicare la sua piena adesione e fedeltà alla Chiesa papale. La svolta è cominciata con papa Benedetto XV nel 1921, a 600 anni dalla morte di Dante, con l’enciclica In praeclara summorum, che però si limitava prudentemente a elogiarlo soltanto come un «poeta cristiano», un «maestro di dottrina cristiana»[1]. Fu Paolo VI che, nel 1965, a 700 anni dalla nascita di Dante, in chiusura del Concilio Vaticano II, così pontificò sul Sommo Poeta: «nostro è Dante», «perché molto amò la Chiesa, di cui cantò le glorie», perché «venerò nel Pontefice romano il Vicario di Cristo», e niente «scosse la sua ferma fede cattolica e la sua filiale affezione alla santa Chiesa», «agostiniano nella concezione della storia», «nella teologia fedele seguace di San Tommaso d’Aquino»[2]. Interpretazione e giudizi fatti propri oggi da papa Francesco, che non ha perso occasione, a 700 anni dalla morte di Dante, di ribadire la totale appartenenza del poeta alla cattolicità[3].

Ma è davvero così? Che Dante, sicuramente credente, appartenga alla cristianità, o meglio alla Christianitas medievale, è una verità di fatto storica indiscutibile; ma che sia stato un cattolico-apostolico-romano, devoto figlio di santa romana Chiesa, agostiniano e tomista e quasi papalista, a me pare ipotesi davvero estrema, contraria alla biografia, alle lotte, alle idee e agli scritti di Dante. E non c’è bisogno di essere dantista per dimostrarlo. Certo, Dante è autore difficile, complesso, polivalente, poeta, politico, profeta, filosofo, teologo, talvolta incoerente. Ma basta un’adeguata lettura storico-critica dei testi, dati e documenti essenziali per giudicare difficilmente accettabile la posizione dei tre suddetti pontefici.

Dante amava la Chiesa? Venerava nel Pontefice il Vicario di Cristo? Ma se è così, non si capisce la storia della damnatio memoriae di Dante da parte della Chiesa, terminata appunto del 1921 con l’enciclica di Benedetto XV. Ma cominciata subito dopo la morte del poeta, quando nel 1327 Bertrando del Poggetto, nominato cardinale e legato pontificio nell’Italia centrale da suo zio e protettore, il papa avignonese Giovanni XXII, avrebbe voluto dare pubblicamente alle fiamme le ossa di Dante[4], riuscendo però nel 1329 a far bruciare sul rogo a Bologna il suo trattato politico, la Monarchia,accusata di eresia[5]. Damnatio proseguita nei secoli successivi, sia con la proibizione della Divina Commedia, poi messa dall’Inquisizione nell’Index librorum expurgantorum del 1613 (se ne poteva consultare una breve versione espurgata, cioè orribilmente censurata e mutilata), sia con la condanna ufficiale della Monarchia, relegata nel primo Index librorum prohibitorum del 1559, e lì confinata fino a quando l’Index fu finalmente soppresso, nel 1966, dopo oltre 4 secoli. A causa dell’ostracismo della Chiesa, la prima edizione nazionale della Monarchia ebbe luogo solo nel 1740, e solo tra l’Otto-Novecento, dopo l’unificazione d’Italia, quella integrale delle opere di Dante. Allora, se Dante amava la Chiesa, perché la Chiesa ha odiato e ostracizzato Dante per tanti secoli? Poiché è la Chiesa a rovesciare da negativo in positivo il suo giudizio su Dante, delle due l’una: o oggi dice il vero e ieri diceva il falso, o, al contrario, ieri diceva il vero e oggi dice il falso.

In realtà, Dante, come noto, non ha avuto la mano leggera su Chiesa e pontefici: la Commedia e altri suoi scritti pullulano di feroci invettive antiecclesiastiche e antipapali. Egli condanna all’inferno, tra i simoniaci, ben tre papi, Niccolò III (Inf. XIX, 46 ss.), eletto nel 1277, Bonifacio VIII, «lo principe de’ nuovi Farisei» (Inf. XXVII, 85), che della Chiesa evangelica non esitò a «farne strazio» (Inf., XIX, 57) e Clemente V, «un Pastor sanza legge» (ivi, 84), il cui successore Giovanni XXII, papa dal 1316 al 1334, era così ricco e corrotto, scrive Dante, da poter ben dire «ch’io non conosco il pescator né Polo», cioè gli apostoli Pietro e Paolo (Par. XVIII, 136).

Dunque il papato di quasi mezzo secolo, bollato, soprattutto nella persona di Bonifacio VIII, come «usurpatore» del seggio di san Pietro, al quale, dall’alto dell’Empireo, quei pontefici appaiono «In vesta di pastor lupi rapaci» (Par. X…

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