La lezione di un maestro che non vuole dare lezioni. Intervista a Francis Ford Coppola

Come trasforma un’idea in un soggetto, in quale momento della giornata lavora meglio, quando ha deciso di diventare un regista, come realizzare un film senza un soldo in tasca: di tutto questo ha parlato, nella conversazione che segue, il grande cineasta Francis Ford Coppola. Il quale, convinto che il cinema sia troppo giovane per tenere masterclass, anziché limitarsi a raccontare la sua vicenda artistica ha preferito intavolare un dialogo a tu per tu con gli studenti di cinema presenti tra il pubblico, svelando trucchi e segreti del mestiere.

Da MicroMega 1/2020

Avere un ospite come Francis Ford Coppola a un festival come Il Cinema Ritrovato di Bologna era qualcosa che sembrava appartenere alla dimensione onirica 1. Un sogno che invece si è avverato, peraltro a solo un anno di distanza dalla partecipazione di Martin Scorsese, nel 2018. Due autori di enorme importanza, la cui presenza è la testimonianza più limpida del valore del lavoro che abbiamo svolto in questi anni.

L’intervento di Coppola a Bologna, infatti, non è stato un evento estemporaneo: abbiamo partecipato al restauro di Apocalypse Now in occasione del 40° anniversario del film e la proiezione in Piazza Maggiore alla presenza del regista è stata una prima europea.

Ma veniamo alla lezione di cinema di Francis Ford Coppola. La buffa premessa è che, nelle settimane che l’hanno preceduta, abbiamo cercato di immaginare una forma per questo incontro. Con il critico Paolo Mereghetti abbiamo preparato le domande, seguendo un percorso che attraversasse la carriera del regista e guardasse ai suoi progetti futuri. Poi – nel momento in cui ci siamo ritrovati con lui nel camerino, solo pochi minuti prima di salire sul palco del Teatro Manzoni – abbiamo scoperto che Coppola non aveva alcuna intenzione di raccontare al pubblico la storia della sua vicenda artistica. Era pieno di curiosità verso i nuovi restauri della Cineteca, verso i film di Marco Bellocchio, che della Cineteca è presidente e che ha aperto l’incontro con un suo saluto, verso i film che non conosceva di Ermanno Olmi, perché aveva visto da poco L’albero degli zoccoli e ne era rimasto affascinato. Insomma, Coppola era pronto a sovvertire tutto quanto avessimo preparato! Ed è stato così che, incamminandoci verso il palco, ci siamo sentiti rivolgere la domanda: «Quanti sono gli studenti in sala?». Mai ne avevamo parlato con il suo staff, ma ho voluto sbilanciarmi e ho azzardato: «La maggior parte». Siamo pur sempre a Bologna, mi sono detto, e il Cinema Ritrovato è un festival che accoglie un pubblico molto vasto e di ogni età, ma di cui gli studenti sono una delle forze vitali. E in effetti era così.

Il tutto ha inizio dopo il fragoroso applauso di una sala gremita da più di mille persone. Tentiamo di seguire la nostra scaletta, ma l’irrequietezza di Coppola era il chiaro specchio del suo desiderio di parlare con ciascuno di quei giovani che vedeva in sala. Quando ho percepito ciò, gli ho rivolto una domanda impossibile: «Cosa pensi che diventerà il cinema nel futuro?». «Questa è una domanda da studente!», ha reagito entusiasticamente Coppola. A quel punto è saltata la valvola della pentola a pressione e tutto è stato spazzato via da un Francis Ford Coppola con l’energia di un ventenne. Ragazze e ragazzi scorrevano uno dietro l’altro sotto al palco, ciascuno con la propria domanda, in un crescendo di intensità nelle risposte, tutte guidate dal profondo desiderio di dire a quegli studenti qualcosa di utile per la loro formazione, per il loro futuro. La cosa mi ha ricordato la sequenza della chiromante in Ladri di biciclette di Vittorio De Sica, quando tutti sono in trepidante ascolto, in attesa della risposta risolutiva.

A volte gli incontri con i registi non aggiungono molto alle dichiarazioni già lette o ascoltate. L’incontro con Francis Ford Coppola al Cinema Ritrovato è stato invece la dimostrazione della sua giovinezza, della sua carica educativa e della sua voglia di comunicarle.

(Gian Luca Farinelli)

Marco Bellocchio: Sono molto orgoglioso, in quanto presidente della Cineteca di Bologna e collega, di dare il benvenuto al grande maestro Francis Ford Coppola, per il quale ho sempre nutrito grande ammirazione. Siamo coetanei ma alcuni suoi film – La conversazione, Il padrino, Apocalypse Now – sono irraggiungibili, perché fatti con un sistema produttivo che non è quello italiano, e non è possibile imitarli. Ciononostante, per strade misteriose e indirette e pur facendo io un altro genere di film, ne sono stato influenzato: perché la bellezza, l’originalità, lo stupore è sempre qualcosa di penetrante.

Gian Luca Farinelli: È un’enorme emozione accogliere qui a Bologna, al Cinema Ritrovato, Francis Ford Coppola, cineasta straordinariamente innovativo. Forse bisogna tornare con la memoria al cinema muto per trovare un cineasta così capace di cambiare tutto: le regole del linguaggio, della tecnologia, della produzione. Certamente non è un caso ch…

A Hebron è in vigore l’oppressione permanente dei palestinesi

Dalle punizioni collettive alle tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale,  passando per le “sterilizzazioni” delle strade dalla presenza palestinese come le chiamano i soldati, ogni “misura temporanea di sicurezza” che istituzioni e coloni israeliani testano su Hebron diventa poi uno strumento d’oppressione permanente imposto sull’intera Cisgiordania. Per usare le parole di Issa Amro, leader della resistenza non violenta nella regione, Hebron è il “laboratorio dell’occupazione”.

“Israelism”, la rivolta dei giovani ebrei negli USA contro l’indottrinamento sionista

Il film di Sam Eilertsen ed Erin Axelman “Israelism”, proiettato recentemente in Italia, racconta il processo di presa di coscienza di una intera generazione di ebrei americani cresciuti fin da bambini in un ambiente di ferreo indottrinamento al culto di Israele e alla propaganda sionista. Finché molti di loro, confrontandosi con la realtà dei palestinesi attraverso viaggi sul posto o nei campus universitari, non capiscono di essere stati spinti ad annullare la loro ebraicità nella fede cieca in un progetto etnonazionalista.

Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

Nella sinistra postmoderna il discorso sull’oppressione tende a ridursi al punto di vista della vittima. Gli oppressi vengono collocati all’interno di un gruppo indifferenziato la cui unica cifra è l’oppressione stessa. Questo atteggiamento porta ai giudizi ad hominem, poiché non contano tanto le idee ma la posizione in cui si colloca chi le esprime: se non sei un oppresso, non puoi parlare di emancipazione. Se sei un “vecchio uomo bianco”, tenderai sempre e solo a voler mantenere i tuoi privilegi. Le discussioni su chi ha il diritto di parola dovrebbero però lasciare il posto alle discussioni su che cosa ha da dire.