Gian Maria Volonté: un uomo contro, un attore geniale

Volonté è l’icona del cinema impegnato. Con i suoi film e con i suoi personaggi ha sempre cercato di mettere a nudo l’arroganza e l’ottusità del potere, con la sua arte ha sempre cercato di dare voce ai senza voce. Attivista sindacale, agitatore culturale nemico di qualsiasi ipocrisia. Attore dalle straordinarie capacità tecniche, frutto di un paziente, quasi ossessivo, esercizio di studio. In questo dialogo Francesco Rosi, Giuliano Montaldo e Felice Laudadio ricordano chi era davvero il più grande ‘uomo contro’ del cinema italiano.

A cura di Federico Pontiggia, da MicroMega 6/2010

MicroMega: La cosa migliore per cominciare a discutere di Gian Maria Volonté – del suo modo di concepire la professione, del suo concetto di «impegno» – è forse partire dalle sue stesse parole: «Essere un attore», ebbe modo di dichiarare, «è una questione di scelta, innanzitutto a livello esistenziale. O si esprimono le strutture conservatrici della società e ci si accontenta di essere un robot nelle mani del potere, oppure ci si rivolge verso le componenti progressive di questa società per tentare di stabilire un rapporto rivoluzionario tra l’arte e la vita». Sono parole che rappresentano molto bene le idee di Volonté e il suo vissuto, il suo modo concreto di mettere in relazione arte e vita.

Francesco Rosi è il regista che più di tutti lo ha diretto, girando insieme a Volonté ben cinque film. Qual è il suo ricordo di questo grandissimo attore? Come riusciva a dar corpo nella quotidianità della sua professione all’ambiziosa dichiarazione di intenti che abbiamo appena letto?

Francesco Rosi: Io trovo che questa dichiarazione appena citata sia perfettamente in linea con il titolo del primo film che abbiamo fatto insieme: Uomini contro. Volonté ha sempre scelto di stare dalla parte degli uomini contro, di quelli che vanno nella direzione opposta a quella che vorrebbe il potere.

Era un film sulla prima guerra mondiale, ovvero su quella enorme carneficina che fu la cosiddetta Grande guerra, tratto dal libro di Emilio Lussu Un anno sull’altipiano.

MicroMega: Montaldo invece ha lavorato con lui in Sacco e Vanzetti e Giordano Bruno. Già nel soggetto di questi film possiamo ritrovare quegli «uomini contro» cui ha appena fatto riferimento Francesco Rosi.

Giuliano Montaldo: Nel corso del suo itinerario di attore – un itinerario che tutti noi avremmo voluto fosse molto, molto più lungo – Volonté ha scelto quasi sempre di interpretare «uomini contro». Questo è sempre stato un punto irrinunciabile per lui, ne ha orientato il lavoro lungo tutto l’arco della carriera. Tuttavia l’individuazione di questo comune denominatore fra le sue interpretazioni non deve oscurare un altro aspetto fondamentale del suo modo di essere attore: i personaggi cui Gian Maria dava volto e voce erano sempre diversissimi fra loro. Non ce ne era uno che ammiccava o rimandava anche per particolari irrilevanti a quello precedente. Ogni interpretazione presupponeva uno studio e un percorso di costruzione autonomi. Quando si guarda un film con Volonté si vede subito che oltre alla regia del regista ce n’è una seconda data dall’intensità della sua recitazione, dai suoi sguardi, dalle sue pause. Quando l’ho incontrato la prima volta mi sono trovato di fronte un attore molto rigoroso, per quanto non fosse affatto facile lavorare insieme a lui. Era uno che avanzava richieste molto esigenti e devo confessare che all’inizio abbiamo litigato alla grande. Poi però siamo diventati ottimi amici.

MicroMega: Sì, di Gian Maria Volonté è passata alla storia questa sua estrema riottosità a eseguire passivamente certe indicazioni. I set che lo vedevano protagonista sono sempre stati caratterizzati da una vivace dialettica fra lui e il regista. Per esempio, sono rimasti celebri i suoi scontri con Elio Petri…

Montaldo: … con Petri e anche con Pirro. Sì, certo, lui viveva il set con un grandissimo coinvolgimento emotivo, un coinvolgimento che tuttavia non era estraneo al suo rapporto «totale» con il personaggio che doveva interpretare. Ricordo perfettamente che durante le riprese di Sacco e Vanzetti ha in qualche modo preso sotto la sua ala protettiva Nicola Sacco, o meglio Riccardo Cucciolla, l’attore che lo interpretava. Anche dopo i ciak, fuori dal set, è come se lui si sentisse un po’ il suo tutore.

Una cosa simile – per quanto dagli esiti opposti – è avvenuta con Ennio Fantastichini. I due erano buoni amici e si trovarono a girare insieme un film in Sicilia: Porte aperte. Quando Fantastichini ha incontrato Volonté sul set gli è andato incontro per salutarlo: «Ciao Gian Maria!». Ma quello non lo ha degnato di uno sguardo e ha tirato dritto. Dopo cinque settimane di riprese è tornato da Fantastichini e gli ha detto: «Scusami, ma tu lo sai che nel film ti dovevo odiare. Non potevo certo salutarti, né tanto meno parlarti, intrattenermi con te».

Gian Maria viveva così i suoi personaggi. Li sentiva talmente in profondità da farsene logorare fino a morirne.

Rosi: Questo ricordo di Sacco e Vanzetti rende benissimo che cosa voleva dire per Gian Maria interpretare un ruolo. Il suo Vanzetti fu straordinario, fu interpretato in maniera sublime. E devo dire che nel film esce fuori in maniera incredibile anche il rapporto di profondo affetto che c’era tra Vanzetti e Sacco. Cioè, traspare tantissimo quel tipo di coinvolgimento emotivo che investiva Volonté durante le riprese, tanto da fargli assumere fuori dal set lo stesso ruolo, lo stesso atteggiamento, nei confronti dell’attore che interpretava Sacco. È una cosa davvero incredibile.

Questo era il «metodo Volonté». Io non la definirei proprio una regia, perché lui era molto rispettoso della distinzione dei ruoli. Lui più che altro ci teneva a fornire una partecipazione consapevole, un contributo cosciente alla resa del suo personaggio nel corso delle riprese.

Il fatto di non aver salutato il suo amico Fantastichini, perché in quelle settimane doveva immaginare di covare un profo…

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