Mario Monicelli: la commedia è una cosa seria

In questa intervista a 360 gradi, il regista Mario Monicelli ripercorre tutta la sua carriera regalando al lettore perle e aneddoti: dal progetto – mai andato in porto – con Italo Calvino alla pellicola (basata sui Ragazzi della via Paal) che gli aprì le porte del cinema, dalla genesi dell’Armata Bran-caleone a quella di Amici miei, dalla (sterile) contrapposizione tra autore e artigiano al senso più profondo della commedia all’italiana. Un viaggio imperdibile nella storia del nostro cinema.

da MicroMega 1/2020

Mario Monicelli ricorda molto bene ogni aspetto della sua carriera cinematografica, iniziata dietro la telecamera nel 1949 – anche se in gioventù aveva già realizzato avventati film in 16 mm dei quali ha un nitido ricordo – e in qualità di assistente alla regia, prima, e di sceneggiatore, poi, a metà degli anni Trenta 1. Ricorda i gesti di Totò, come si divideva il lavoro con Steno 2, gli attori di ognuno dei suoi film, tutti gli sceneggiatori, ogni scena che salta fuori durante la conversazione, perché quel film è stato tagliato e perché quell’altro è stato difficile da girare, come ha inventato il Gassman attore comico e come ha offerto a Monica Vitti la medesima opportunità dopo che per anni era stata la musa dell’incomunicabilità di Michelangelo Antonioni 3, ricorda le conversazioni con Pietro Germi, le sue prime volte al cinema, il modo di camminare di Nino Rota, i film che si facevano durante il fascismo, i luoghi in cui si trovava durante la seconda guerra mondiale e le polemiche, sempre insensate, tra autore e artigiano, tra neorealismo e commedia all’italiana. Monicelli minimizza alcuni aspetti del suo lavoro, ma è consapevole dell’importanza che ha avuto per il cinema italiano e per la commedia stessa, vero barometro della società italiana tra gli anni Cinquanta e Sessanta.

È nato a Viareggio, in Toscana, il 15 maggio del 1915. Suo padre, Tomaso Monicelli, era un giornalista, drammaturgo, editore e occasionalmente direttore di produzioni cinematografiche, che prese apertamente le distanze dal Partito fascista durante il regime di Mussolini, motivo per cui fu ripudiato e abbandonato dai suoi vecchi amici; si suicidò alla fine della guerra quando si rese conto che, nonostante la caduta del fascismo, nessuno aveva fiducia in lui come scrittore. Mario ha studiato a Roma, Viareggio e Milano, poi all’Università di Pisa (Storia e Filosofia), ha cominciato a scrivere di cinema sulla rivista milanese Camminare, considerata fascista «di sinistra»; e ha militato nel partito socialista e in quello comunista. Ha sviluppato il suo stile iniziale nel cinema popolare a cavallo tra gli anni Trenta e i primi anni Quaranta, come sceneggiatore di Riccardo Freda, Mario Mattoli e Raffaello Matarazzo. Al momento di passare dietro la telecamera ha mischiato commedia, farsa, ironia, picaresco, dramma, tragedia e, perché no, commedia dell’arte; ha mischiato il realismo di poco antecedente con la commedia popolare: divertimento su un arazzo di emozioni tragiche.

Di tutto questo ci ha parlato nel suo appartamento romano – un luogo tranquillo nel centrale quartiere Monti – in occasione della retrospettiva che San Sebastián gli dedica quest’anno. Lo scorso 26 luglio si sono festeggiati i 50 anni dalla prima italiana di I soliti ignoti (1958), uno dei pilastri della sua filmografia. In quello stesso mese di luglio del 1958 la pellicola conquistò la Concha de Plata del Festival internazionale di cinema di San Sebastián insieme a La donna che visse due volte di Alfred Hitchcock. Il premio fu assegnato da una giuria di cui facevano parte Luis García Berlanga, altro tragico satiro, e Anthony Mann, tragico senza satira. Il regista di I soliti ignoti è memoria viva del cinema italiano, di questa cinematografia oggi gravemente ferita che va e qualche volta viene, anche se restano le sue pellicole sui truffatori del Colosseo, i ladruncoli di basso livello, i furbetti nelle trincee, i funzionari, i qualunquisti e gli operai sul piede di guerra.

L’intervista che segue è stata realizzata a Roma, il 18 aprile 2008. Ringrazio José María Latorre, per il suo contributo alla scaletta iniziale in termini di domande varie e pertinenti, e Iris Martínez-Peralta, per l’aiuto nella traduzione e armonizzazione durante la conversazione con Monicelli.

Lei è nato nel 1915, all’apogeo del cinema. Nella sua famiglia si respirava un interesse particolare per esso? Quali sono state le sue prime esperienze da spettatore?

Nella mia famiglia non c’era nessuno interessato al cinema. Quasi tutti si dedicavano al giornalismo. Mio padre e i miei due fratelli maggiori erano giornalisti, il cinema non aveva una grande importanza per loro. Le mie prime esperienze come spettatore risalgono a quando ero molto, molto giovane. Mia madre, al pomeriggio, mandava me e uno dei miei fratelli, quando io avevo cinque o sei anni e lui sette o otto, a un cinema vicino casa. All’epoca, che era quella del cinema muto, vedevamo i film dei comici nordamericani, Charlie Chaplin, Larry Semon, Buster Keaton, i western, i film di Rodolfo Valentino… Mi piaceva molto: stare in quella piccola sala piena di gente, di fumo, di movimento, vedere quella tela bianca su cui si proiettavano ombre, mi piaceva tanto da voler entrare in quel mondo, pur non sapendo esattamente cosa avrei voluto fare.

Diversi suoi familiari erano giornalisti e il suo primo contatto professionale con il cinema avvenne scrivendo articoli in materia su alcuni periodici…

È vero ma ho scritto molto poco, giusto un po’ per un piccolo giornale, ma una cosa di poca importanza. I miei primi passi nel cinema li ho fatti girando cortometraggi muti con mio cugino, Alberto Mondadori. Avevamo una telecamera 16 mm, lavoravamo insieme e presentavamo poi i nostri film in diversi concorsi. Questo succedeva negli anni Trenta e in un paio di occasioni vincemmo qualche premio. Uno con I ragazzi della via Paal [1935], un film basato su un romanzo di Ferenc Molnár molto famoso all’epoca. Era un film muto e durava un’ora. Lo presentammo al Festival di Venezia, che all’epoca era una competizione solo per pellicole 16 mm. Vincemmo il primo premio, che consisteva nell’opportunità di lavorare alla realizzazione di un lungometraggio in qualità di assistenti alla regia.

Così è entrato nell’industria cinematografica all’incirca a 19-20 anni?

Sì, era il 1934 o il 1935. La prima cosa di cui mi occupai fu aiutare il regista ad accendere il sigaro e a infilarsi il cappotto.

Di questo periodo è anche Il cuore rivelatore (1934), basato su un racconto di Edgar Allan Poe, di cui lei e Alberto Mondadori siete i registi.

Sì, si tratta della nostra prima pellicola in 16 mm, durava otto-dieci minuti. Eravamo molto giovani, ci piaceva tanto Poe e questo film lo girammo per l’atmosfera paranoica, pazza, che aveva il racconto originale. Però si tratta di una stupidaggine, meglio non vederlo. Lo portammo ad alcuni concorsi cinematografici ma senza nessun risultato. Tutta la pellicola la filmammo in una sola stanza, lo scenografo era Alberto Lattuada, che faceva parte del nostro gruppo di amici appassionati di cinema.

Durante gli anni Quaranta ha scritto sceneggiature per Riccardo Freda, Raffaello Matarazzo, Mario Mattoli, per il suo amico Pietro Germi. Che relazione aveva con loro?

Freda lo co…

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