Per una cittadinanza europea digitale. Un manifesto in dieci punti

Come l’Unione Europea può strappare il controllo di internet al settore big tech e trasformare la sfera digitale in una forza per promuovere i suoi valori.

Le piattaforme di social media e gli strumenti di informazione digitale sono per l’Europa la cosa più vicina a una vera sfera pubblica, transnazionale e multilingue: la proverbiale agorà europea. Gli ormai quasi due anni di crisi sanitaria globale hanno notevolmente accelerato la migrazione delle nostre vite verso ambienti virtuali, spostando i lavoratori dagli immobili commerciali europei agli spazi di lavoro digitali americani, gli acquirenti dai negozi urbani europei a quelli statunitensi e, in misura minore, ai rivenditori digitali cinesi e costringendo famiglie, amici e amanti a sostituire gli abbracci con emoji archiviati nei server americani o cinesi.

Queste aziende tecnologiche si sono spesso poste al di là o al di sopra della legge, definendo esse stesse i propri diritti e doveri. Ingabbiando la sfera pubblica digitale e sfruttando il consenso spesso disinformato degli utenti, sono riuscite a sostituire la legge con i termini di servizio delle aziende, su cui autorità e agenzie nazionali e regionali difficilmente hanno potuto esercitare il controllo.

In un recente articolo, “‘Uno Stato travestito da mercante’: i leviatani tecnologici e lo Stato di diritto”, lo studioso Christian D’Cunha ha dimostrato in modo convincente che le grandi aziende tecnologiche hanno assunto una serie di funzioni che sono di competenza dello Stato e che quest’ultimo non solo è stato incapace di opporre resistenza, ma è spesso diventato complice della privatizzazione della governance e dell’erosione dello Stato di diritto:

“La loro crescente indispensabilità per l’esercizio di talune funzioni pubbliche che spettano di diritto allo Stato, e la tendenza verso leggi che ne legittimano il potere attribuendo loro particolari responsabilità ma senza mezzi per la loro esecuzione, sembrano consentire loro di agire impunemente, come se fossero al di sopra della legge. […] Il controllo sull’ambiente e sulle infrastrutture digitali conferisce alle grandi aziende tecnologiche il potere di emanare standard di business e di governare la sfera pubblica, i consumatori e i lavoratori. […] Le grandi piattaforme vengono reclutate per affrontare le violazioni del copyright, il terrorismo e gli abusi sui minori. Contratti redditizi sono offerti dalle forze dell’ordine per impiegare la tecnologia di sorveglianza (dai campanelli “intelligenti” ai tracker dei social media) sviluppata per scopi commerciali”.

Ciò significa che il diritto europeo ha perso potere sovrano a vantaggio di quanto definito dai termini di servizio delle società tecnologiche. In larga misura, ciò significa che i cittadini dell’UE sono cittadini digitali di seconda classe di questi Stati digitali, mentre l’UE diventa una sorta di provincia digitale soggetta a regole stabilite in giurisdizioni remote su cui ha poca o nessuna influenza e con cui non ha possibilità di competere.

Bruxelles ha giocato troppo a lungo con l’idea che questa regressione digitale della democrazia possa essere affrontata attraverso una regolamentazione. Ma se qualcosa si è capito nei primi anni della seconda metà del XX secolo, è che le disposizioni legali, per quanto ben intenzionate, non possono restituire la democrazia. Non si può regolare la propria via d’uscita dalla tirannia. L’UE ha bisogno di una chiara serie di priorità politiche con obiettivi precisi e realizzabili. Ma ha bisogno anche di una

La democrazia non crede in Dio

Affinché la democrazia possa essere esercitata, la parola divina e l’esistenza stessa di qualsiasi entità mistica superiore devono essere assolutamente escluse dal dibattito pubblico. Pubblichiamo la seconda parte dell’intervento di Gérard Biard, caporedattore di Charlie Hebdo, alle Giornate della Laicità di Reggio Emilia.