Una prospettiva di lotta sullo Stato di diritto: il caso dell’aborto in Polonia

Nel corso di sei anni, il Paese primo beneficiario di fondi europei in termini assoluti è stato trasformato in un regime in cui lo Stato di diritto è lettera morta. E, con esso, il diritto all’aborto.

Estratto dal libro “Propaganda Europa”, di recente uscita per Edizioni Gruppo Abele.

Nel mese di settembre 2021, la trentenne Izabela[1] – alla 22a settimana di gravidanza – si reca in ospedale a Pszczyna, nel sud della Polonia, per un malore. I medici riscontrano una mancanza di liquido amniotico – evento che può provocare danni permanenti al feto.

Per le norme vigenti sull’aborto però attendono che il feto muoia prima di intervenire sul corpo della donna. Nel frattempo Izabela viene colpita da un’infezione. Infine, il feto decede e i medici procedono al taglio cesareo. Ma per la donna è ormai troppo tardi: Izabela muore a causa di uno shock settico[2]. Il fatto viene rivelato alla stampa nel mese di novembre. Poche ore dopo, piazze e strade della Polonia si riempiono di cittadini e cittadine indignati per quanto accaduto. Per chi scende in strada c’è una causa e una responsabilità chiara: Izabela è morta a causa della legge che disciplina l’aborto nel Paese. O meglio: a causa dell’interpretazione della norma data dal Tribunale costituzionale polacco. Quest’ultimo, il 22 ottobre 2020, aveva infatti giudicato incostituzionale la procedura di aborto in caso di malformazione del feto. L’inasprimento della legge sull’aborto in Polonia è un esempio clamoroso di come la violazione dello Stato di diritto possa portare a conseguenze nefaste. Per capire perché si tratta di una questione di Stato di diritto, bisogna risalire almeno al 2015, anno in cui arriva al governo il partito conservatore di Diritto e Giustizia (PiS) – tuttora in carica.

In funzione dell’ideologia politica del PiS, nel 2015 vengono avviati numerosi tentativi di restringere il diritto all’aborto. In realtà, già allora, la norma polacca che disciplina l’interruzione di gravidanza è considerata tra le più severe d’Europa. Secondo il testo – risalente al 1993 – l’aborto è consentito soltanto in tre scenari: nei casi di reati come stupro o incesto, nel caso in cui la vita della donna è in pericolo, e nel caso di malformazioni fetali. Ecco, il PiS vuole eliminare la terza opzione, la quale rappresenta la quasi totalità dei motivi ufficiali di aborto. Il primo tentativo di modificare la legge arriva nel 2016, viene però bloccato dalla resistenza civile, dalle cosiddette “proteste in nero”, che fanno sì che la modifica parlamentare venga accantonata. A guidare il movimento, c’è Ogólnopolski Strajk Kobiet (Osk) [Sciopero delle donne]. Nel 2018 un altro tentativo di riforma, anch’esso a vuoto. E infine un terzo, ad aprile 2020, durante il lockdown per Covid-19. Il risulta…

A Hebron è in vigore l’oppressione permanente dei palestinesi

Dalle punizioni collettive alle tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale,  passando per le “sterilizzazioni” delle strade dalla presenza palestinese come le chiamano i soldati, ogni “misura temporanea di sicurezza” che istituzioni e coloni israeliani testano su Hebron diventa poi uno strumento d’oppressione permanente imposto sull’intera Cisgiordania. Per usare le parole di Issa Amro, leader della resistenza non violenta nella regione, Hebron è il “laboratorio dell’occupazione”.

“Israelism”, la rivolta dei giovani ebrei negli USA contro l’indottrinamento sionista

Il film di Sam Eilertsen ed Erin Axelman “Israelism”, proiettato recentemente in Italia, racconta il processo di presa di coscienza di una intera generazione di ebrei americani cresciuti fin da bambini in un ambiente di ferreo indottrinamento al culto di Israele e alla propaganda sionista. Finché molti di loro, confrontandosi con la realtà dei palestinesi attraverso viaggi sul posto o nei campus universitari, non capiscono di essere stati spinti ad annullare la loro ebraicità nella fede cieca in un progetto etnonazionalista.

Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

Nella sinistra postmoderna il discorso sull’oppressione tende a ridursi al punto di vista della vittima. Gli oppressi vengono collocati all’interno di un gruppo indifferenziato la cui unica cifra è l’oppressione stessa. Questo atteggiamento porta ai giudizi ad hominem, poiché non contano tanto le idee ma la posizione in cui si colloca chi le esprime: se non sei un oppresso, non puoi parlare di emancipazione. Se sei un “vecchio uomo bianco”, tenderai sempre e solo a voler mantenere i tuoi privilegi. Le discussioni su chi ha il diritto di parola dovrebbero però lasciare il posto alle discussioni su che cosa ha da dire.