Eutanasia, un’azione di amore e di pietas

Esattamente 20 anni fa, il 1° aprile 2002, entrava in vigore la prima legge al mondo sull’eutanasia, approvata dal parlamento olandese l’anno prima. In occasione di questo anniversario riproponiamo dall’archivio di MicroMega questo testo di Umberto Veronesi che spiega come il tema centrale sia l’autodeterminazione e la libertà di scelta di ognuno: nessuno può decidere al posto di un altro se la vita è degna di essere vissuta o no.

da MicroMega 9/2013

Sono convinto che sia necessaria una nuova definizione di eutanasia, un termine oggi troppo carico di significati ideologici, che hanno creato schieramenti fittizi e fuorvianti.
Il termine eutanasia (dal greco «buona morte») viene coniato da Francis Bacon per invitare i medici a ridurre con ogni mezzo lecito la sofferenza nella fase terminale. Nei secoli ha assunto tuttavia significati diversi, e durante il nazismo è stato usato per mascherare le eliminazioni di massa di esseri umani. Quindi la parola ha assunto significati sinistri. Un esempio viene dal sistema penale americano, dove il condannato a morte viene in quasi tutti gli Stati giustiziato con un processo eutanasico. Si inocula in vena un sedativo e ipnotico e poi la sostanza letale. Certo, questa è una morte più «buona» di quella con la sedia elettrica o l’impiccagione, ma la differenza con l’eutanasia di Bacon è sostanziale. Mentre l’eutanasia in un malato terminale riflette la scelta e la volontà del paziente (quindi si può parlare di suicidio assistito), nell’esecuzione di un condannato a morte non vi è certo la volontà del carcerato, si può quindi definire omicidio assistito, ma pur sempre un omicidio e non sorprende quindi che l’Ordine dei medici americani abbia invitato i suoi iscritti a rifiutarsi di eseguirla.

In Italia chi è contrario all’eutanasia si autodefinisce «pro vita», co- me se chi è favorevole fosse «pro morte». La questione va posta, semmai, nei termini quasi opposti: si tratta di considerare giusta o no, legittima o no, la libera decisione di una persona di porre fine a una vita che non considera più vita, ma soltanto un susseguirsi di ore di dolore e sofferenze insopportabili.

Si attribuiscono inoltre al termine eutanasia diversi atti legati all’indurre una «buona morte». Come ho già avuto modo di chiarire nel libro Responsabilità della vita, scritto a quattro mani con il professor Giovanni Reale, «il primo, il più semplice, è quello di abbandonare le terapie perché ritenute ormai inefficaci e quindi inutili (potremmo definire il «lasciar morire»); il secondo è quello di aumentare progressivamente le dosi di oppiacei sino ad accelerare il processo della morte (l’aiutare a morire) e il terzo è quello di intervenire con un farmaco mortale o con l’eliminazione di un sostegno vitale su richiesta esplicita, ripetuta, testimoniata, di un paziente terminale che non riesce più a sopportare le sofferenze di una vita ormai senza speranza (quindi fare morire). Non c’è dubbio che le tre forme descritte sono lontane l’una dall’altra dal punto di vista giuridico, ma non lo sono dal punto di vista filosofico ed etico. In realtà le tre modalità hanno tutte in comune la stessa origine e mo…

A Hebron è in vigore l’oppressione permanente dei palestinesi

Dalle punizioni collettive alle tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale,  passando per le “sterilizzazioni” delle strade dalla presenza palestinese come le chiamano i soldati, ogni “misura temporanea di sicurezza” che istituzioni e coloni israeliani testano su Hebron diventa poi uno strumento d’oppressione permanente imposto sull’intera Cisgiordania. Per usare le parole di Issa Amro, leader della resistenza non violenta nella regione, Hebron è il “laboratorio dell’occupazione”.

“Israelism”, la rivolta dei giovani ebrei negli USA contro l’indottrinamento sionista

Il film di Sam Eilertsen ed Erin Axelman “Israelism”, proiettato recentemente in Italia, racconta il processo di presa di coscienza di una intera generazione di ebrei americani cresciuti fin da bambini in un ambiente di ferreo indottrinamento al culto di Israele e alla propaganda sionista. Finché molti di loro, confrontandosi con la realtà dei palestinesi attraverso viaggi sul posto o nei campus universitari, non capiscono di essere stati spinti ad annullare la loro ebraicità nella fede cieca in un progetto etnonazionalista.

Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

Nella sinistra postmoderna il discorso sull’oppressione tende a ridursi al punto di vista della vittima. Gli oppressi vengono collocati all’interno di un gruppo indifferenziato la cui unica cifra è l’oppressione stessa. Questo atteggiamento porta ai giudizi ad hominem, poiché non contano tanto le idee ma la posizione in cui si colloca chi le esprime: se non sei un oppresso, non puoi parlare di emancipazione. Se sei un “vecchio uomo bianco”, tenderai sempre e solo a voler mantenere i tuoi privilegi. Le discussioni su chi ha il diritto di parola dovrebbero però lasciare il posto alle discussioni su che cosa ha da dire.