Frammenti di diario

L’angoscia morale della propria ‘pochezza’, le domande su Dio e la morte, il bisogno di introdurre elementi quotidiani all’interno della riflessione teoretica, l’amore per Marguerite e per Francis: il ritratto di una delle menti più brillanti del Novecento attraverso le pagine del suo diario.

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Presentazione di Michele Ranchetti

Wittgenstein da Cambridge a Skjolden

Il diario del quale pubblichiamo alcune pagine è stato ritrovato da qualche mese fra le carte di un amico di Wittgenstein, Rudolf Köder, maestro elementare nel villaggio di Puchberg (nella bassa Austria) nel 1923, quando anche Wittgenstein vi insegnava. A Köder l’aveva dato Margarete Stonborough, sorella di Ludwig, in ricordo del fratello, insieme con un dattiloscritto della Logisch-philosophische Abhandlung (il Tractatus logico-filosoficus) e un manoscritto della Lecture on Ethics. Ora esso figura, con altri documenti del lascito di Köder, nel Brenner Archiv di Innsbruck che l’ha pubblicato, a cura di Ilse Somavilla, presso l’editore Haymon della stessa città.

Le 243 pagine del manoscritto sono state scritte a Cambridge (dal 26 aprile 1930 al 28 gennaio 1932) poi a Skjolden (dal 19 novembre 1936 al 30 aprile 1937). Le annotazioni del 24 settembre dello stesso anno sono state scritte anch’esse nella solitudine di Skjolden. I diari di Wittgenstein che si sono conservati (alcuni sono stati da lui distrutti, altri sono perduti, almeno per il momento) presentano tutti lo stesso carattere di annotazioni, alcune datate, di carattere filosofico o di riflessioni sui più vari argomenti – soprattutto di musica – spesso con varianti di parole o di frasi, nella ricerca di una formulazione più appropriata. Una simile, quasi ossessiva attenzione stilistica potrebbe far escludere qualsiasi carattere di segretezza e la speranza di rivelazioni. In molti dei diari le osservazioni di carattere più propriamente filosofico si alternano a quelle di carattere generale, o privato o culturale, e la differenza, alcune volte, ma non sempre, è indicata dal passaggio alla scrittura in codice – un codice così semplice da decifrare (a=z, b=y eccetera) da eliminare sul nascere la recidiva speranza di altre, più intime rivelazioni. Talvolta, come nei cosiddetti Diari segreti, editi anche in italiano, i due caratteri (filosofico e privato) sono distinti anche per le pagine che li contengono (dritto e verso), ma è secondo me un errore grave avere pubblicato i due «testi» separatamente, come se ciascuno di essi godesse di una sua autonomia, mentre sono, in una certa misura, ciascuno il controcanto dell’altro o almeno il contesto reciproco. Lo stesso errore, secondo me, è stato compiuto da uno degli eredi letterari, von Wright, che nel pubblicare le Vermischte Bemerkungen di Wittgenstein (in italiano Pensieri diversi) ha composto un’antologia di osservazioni memorabili tratte per lo più dalle annotazioni in codice che figurano nel corso delle riflessioni filosofiche, quasi a costituire delle pause nella partitura musicale della costruzione teoretica.

In realtà, secondo me, non vi è una singolare differenza di genere tra le diverse osservazioni di Wittgenstein: le differencies che egli voleva insegnare ai suoi allievi secondo il verso del King Lear che pensava di adottare come motto per i suoi scritti (I’ll teach you differencies) non rivestono alcun carattere formale. Allo stesso modo, non vi è differenza «di genere» fra la sua vita e il suo modo di fare filosofia, e anche per questo sarebbe un errore attribuire alla sua ricerca filosofica un carattere preminentemente etico, come se gli «interventi» della coscienza inquieta, quali si manifestano nelle osservazioni dei diari, indicassero l’insoddisfazione della speculazione teoretica rispetto alle esigenze morali. La ricorrente invocazione alla «grazia del lavoro» che figura quasi ogni giorno nei diari di guerra indica invece, secondo me, la necessità della coincidenza teoretica fra riflessione filosofica e perfezionamento morale o almeno di un loro operare parallelo anche in una …

A Hebron è in vigore l’oppressione permanente dei palestinesi

Dalle punizioni collettive alle tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale,  passando per le “sterilizzazioni” delle strade dalla presenza palestinese come le chiamano i soldati, ogni “misura temporanea di sicurezza” che istituzioni e coloni israeliani testano su Hebron diventa poi uno strumento d’oppressione permanente imposto sull’intera Cisgiordania. Per usare le parole di Issa Amro, leader della resistenza non violenta nella regione, Hebron è il “laboratorio dell’occupazione”.

“Israelism”, la rivolta dei giovani ebrei negli USA contro l’indottrinamento sionista

Il film di Sam Eilertsen ed Erin Axelman “Israelism”, proiettato recentemente in Italia, racconta il processo di presa di coscienza di una intera generazione di ebrei americani cresciuti fin da bambini in un ambiente di ferreo indottrinamento al culto di Israele e alla propaganda sionista. Finché molti di loro, confrontandosi con la realtà dei palestinesi attraverso viaggi sul posto o nei campus universitari, non capiscono di essere stati spinti ad annullare la loro ebraicità nella fede cieca in un progetto etnonazionalista.

Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

Nella sinistra postmoderna il discorso sull’oppressione tende a ridursi al punto di vista della vittima. Gli oppressi vengono collocati all’interno di un gruppo indifferenziato la cui unica cifra è l’oppressione stessa. Questo atteggiamento porta ai giudizi ad hominem, poiché non contano tanto le idee ma la posizione in cui si colloca chi le esprime: se non sei un oppresso, non puoi parlare di emancipazione. Se sei un “vecchio uomo bianco”, tenderai sempre e solo a voler mantenere i tuoi privilegi. Le discussioni su chi ha il diritto di parola dovrebbero però lasciare il posto alle discussioni su che cosa ha da dire.