Beautywashing. L’uso del bello a fini reputazionali negli oligarchi russi

A partire dall’inizio degli anni Duemila, quando Vladimir Putin è salito al potere, il lusso e la bellezza sono stati gli strumenti con cui gli oligarchi russi si sono ripuliti, conquistando consenso in Occidente.

Dalla A alla Z

Una mattina d’agosto del 2021, gli abitanti della costa calabrese intorno al porto commerciale di Vibo Marina, guardando il mare spennellato di foschia, si accorgono che, dentro quella patina grigiolenta, un altro grigio si espande, enorme e metallico, ancorato al largo dell’insenatura. Una nave da guerra? I vibonesi si interrogano perplessi: potrebbe mai essere uno yacht quell’imbarcazione foderata di livide lastre d’acciaio, dalle finestre minuscole come feritoie e l’albero maestro che torreggia a cento metri d’altezza sopra la linea d’acqua? Gelida e marziale com’è, non ha nulla della voluttà sardanapalesca che prorompe dagli yacht di lusso. Sembra piuttosto una corazzata.

E invece è proprio uno yacht, il tre alberi misterioso che sconcerta l’immaginario dei vibonesi. Si viene presto a sapere, da gente del posto incaricata del rifornimento viveri a bordo, che il panfilo appartiene a un magnate russo e si chiama “A”. Semplicemente A. Questo filtra da chi ha avvicinato i membri dell’equipaggio della nave giunti in porto con un tender a ritirare le vettovaglie. E passa di bocca in bocca anche il nome del proprietario: Andrej Mel’ničenko, produttore mondiale di fertilizzanti. Il resto lo fa Google, che, interrogato, narra la storia del gigantesco veliero: uno dei superyacht più impressionanti al mondo, lungo 145 metri, scafo e sovrastruttura in acciaio, navicella di osservazione subacquea, tecnologia di navigazione all’avanguardia, «scultura galleggiante che proviene da uno spazio mentale»[1], come spiega Philippe Starck, l’archistar francese che l’ha progettato, scegliendo per A un «design non convenzionale che sfida le aspettative dell’estetica convenzionale»[2]. Forme proterve, ma essenziali: una scelta decisamente inedita per uno yacht, e soprattutto per lo yacht di un magnate russo. In effetti, è idea diffusa che gli oligarchi siano una sorta di rozzi e ricchissimi liberti, versione aumentata dei Casamonica, comunemente associati alla vistosità pacchiana delle collezioni di supercar, alle dorature plebee di interni ipersaturi, alle tigri da compagnia e ai lupi imbalsamati mollemente stesi su ottomane infinite: un’immagine continuamente alimentata dall’account Instagram dei “Rich russian kids”, i viziatissimi “mini-garchi” dal lifestyle platinato.

A, invece, è costruito per infrangere i luoghi comuni. Visto da fuori (perché gli interni sono strictly confidential e neanche Internet riesce a documentarli con certezza), non ostenta il lusso orgiastico con cui gli oligarchi amano ornarsi. Mentre gli altri panfili riversano anche all’esterno, come cornucopie stracolme, le ricchezze dei loro interni sfarzosi, A segue un’altra linea. È uno yacht introverso, che nasconde gelosamente i suoi tesori, e nascondendoli li amplifica, sferzando l’immaginazione a galoppare senza controllo verso ricchezze incommensurabili. Anche se minimal nel design, lo yacht di Mel’ničenko ha in comune con l’estetica oligarchica, e multimiliardaria in genere, la passione per il gigantismo, non solo di stazza, ma anche di altezza, con i suoi tri-fallici alberi dotati di ascensore interno. È al di là della bellezza e della bruttezza. Ispira piuttosto un efficace sconcerto.

Dal 2015, anno della sua comparsa, il giga-yacht A veleggiava nei mari di tutto il mondo e, spesso, nella pa…

A Hebron è in vigore l’oppressione permanente dei palestinesi

Dalle punizioni collettive alle tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale,  passando per le “sterilizzazioni” delle strade dalla presenza palestinese come le chiamano i soldati, ogni “misura temporanea di sicurezza” che istituzioni e coloni israeliani testano su Hebron diventa poi uno strumento d’oppressione permanente imposto sull’intera Cisgiordania. Per usare le parole di Issa Amro, leader della resistenza non violenta nella regione, Hebron è il “laboratorio dell’occupazione”.

“Israelism”, la rivolta dei giovani ebrei negli USA contro l’indottrinamento sionista

Il film di Sam Eilertsen ed Erin Axelman “Israelism”, proiettato recentemente in Italia, racconta il processo di presa di coscienza di una intera generazione di ebrei americani cresciuti fin da bambini in un ambiente di ferreo indottrinamento al culto di Israele e alla propaganda sionista. Finché molti di loro, confrontandosi con la realtà dei palestinesi attraverso viaggi sul posto o nei campus universitari, non capiscono di essere stati spinti ad annullare la loro ebraicità nella fede cieca in un progetto etnonazionalista.

Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

Nella sinistra postmoderna il discorso sull’oppressione tende a ridursi al punto di vista della vittima. Gli oppressi vengono collocati all’interno di un gruppo indifferenziato la cui unica cifra è l’oppressione stessa. Questo atteggiamento porta ai giudizi ad hominem, poiché non contano tanto le idee ma la posizione in cui si colloca chi le esprime: se non sei un oppresso, non puoi parlare di emancipazione. Se sei un “vecchio uomo bianco”, tenderai sempre e solo a voler mantenere i tuoi privilegi. Le discussioni su chi ha il diritto di parola dovrebbero però lasciare il posto alle discussioni su che cosa ha da dire.