Iron Musk e il capitalismo da fumetto

Perché il crollo delle criptovalute e il conseguente ridimensionamento della fortuna di Elon Musk – il miliardario rappresentato come il Tony Stark del neo-feudalesimo capitalista contemporaneo – sono una buona notizia.

Non è possibile nascondere una soddisfazione maligna, quando si assiste al crollo dei bitcoin: è una delle due buone notizie che ci sta riservando questa primavera, così disastrosa per altri versi. Da sette mesi, da quando ne ho discusso in “Bitmagic” su MicroMega+ nel novembre scorso, la capitalizzazione totale delle criptovalute è passata da 2.600 miliardi di dollari a 901 miliardi (al 15 giugno), perdendo due terzi del suo valore (per mettere le cifre in prospettiva, 2.600 miliardi di dollari è pari al Prodotto nazionale lordo annuo della Francia). Dispiace, ma solo un po’, per quei gonzi che hanno investito i loro modesti risparmi sperando in guadagni facili e si sono fatti spennare da un’altra catena di Sant’Antonio, da una versione aggiornata della febbre dei tulipani che segnò la prima insensata speculazione finanziaria nell’Olanda del XVII secolo.

La soddisfazione cresce quando il crollo delle criptovalute colpisce in particolare Elon Musk, l’uomo teoricamente più ricco del mondo, il cui patrimonio è valutato a 206 miliardi di dollari, colui che viene rappresentato come il Tony Stark del capitalismo contemporaneo: per chi non lo sapesse, Tony Stark è il vero nome di Iron Man, protagonista dell’omonimo fumetto pubblicato per la prima volta dalla Marvel nel 1963 (quasi mezzo secolo fa): “un magnate, facoltoso imprenditore americano, playboy, filantropo, inventore e geniale scienziato” (così la pagina inglese di Wikipedia definisce Tony Stark). Già nove anni fa il prestigioso mensile The Atlantic pubblicava un articolo intitolato: “Tutti vogliono che Elon Musk sia Tony Stark”. Nel 2019 ElonMusk/TonyStark aveva deciso di accettare criptovaluta in pagamento delle auto elettriche prodotte dalla Tesla (società da lui controllata). E l’anno successivo aveva investito 1,5 miliardi di dollari nella criptovaluta Dogecoin, che nel 2013 era stata “coniata” per scherzo (!!) da due programmatori informatici. Musk contava sul fatto che il mercato delle criptovalute è controllato da pochissimi soggetti che sono in grado di manipolarne a piacimento i corsi (a meno di ondate di panico). Per qualche anno questi capitalisti di ferro hanno fatto salire il valore dei propri investimenti in bitcoin semplicemente continuando ad acquistare criptovaluta, un po’ come fanno le società per azioni che gonfiano il corso dei propri titoli attraverso il buy back (il che permette ai manager di ottenere sostanziosi premi commisurati all’andamento delle azioni).

Ma da un anno a questa parte Dogecoin ha perso più dell’80% del proprio valore, passando da 40 a 6,9 miliardi di dollari. Ciò nonostante, Musk continua a proclamare la propria fede nel Dogecoin, e a maggio ha rilanciato accettandolo come mezzo di pagamento per il merchandising della sua impresa spaziale Space X (sull’industria spaziale dovremo tornare fra qualche mese). Ogni annuncio di Musk viene seguito da un rialzo del prezzo del Dogecoin. E questo ci illumina sul meccanismo con cui il nuovo capitalismo produce la fortuna dei suoi alfieri. Il capitalista annuncia su un social medium che comprerà un titolo. I suoi followers (ma sarebbe più pertinente chiamarli believers) si precipitano a comprare quel titolo che subisce un rialzo clamoroso, dopo di che il capitalista passa all’incasso vendendo parte del titolo rialzato, più che finanziando il proprio acquisto iniziale.

La produzione di ricchezza avviene qui attraverso l’influencing dell’influencer. Il fattore che pr…

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