Il lungo addio alla rappresentanza. A proposito del divorzio Sinistra-Demos

Dal riformismo dell’onda lunga newdealistica al divorzio tra sinistra e ceti popolari: come l’incredibile dissipazione del capitale politico progressista ha favorito la restaurazione plutocratica della destra.

«‘Gli anni delle locuste’ dopo il 1989: prima
l’ottimismo e la speranza della ‘rivoluzione
di velluto’, poi lo sconforto della mediocrità
compiaciuta degli anni di Clinton, e infine le
politiche e le pratiche catastrofiche dell’era
Bush-Blair»[1]. – Tony Judt

«Chi cerca di screditare dal punto di vista morale
l’identità nazionale e la nostalgia di stabilità,
fiducia e coesione, distrugge la base sociale di
una politica che potrebbe tenere a freno i
mercati e le disuguaglianze»[2].
Sahra Wagenknecht

Perché il riflusso, dopo l’onda lunga newdealistica?

La situazione con cui ormai abbiamo imparato a convivere da decenni, prende avvio dallo stacco tra “i Trenta Gloriosi” (il periodo di massima espansione del capitalismo amministrato) e quelli che l’economista Thomas Piketty ha definito “i Trenta Ingloriosi”[3]; che ormai hanno oltrepassato la quarantina. Grosso modo a partire dall’inizio degli anni Ottanta. Quando – secondo uno storico anglo-americano fuori dal coro – «con troppa sicurezza e poca riflessione, ci siamo lasciati alle spalle il ventesimo secolo lanciandoci in quello successivo ammantato di mezze verità egoistiche: il trionfo dell’Occidente, la fine della Storia, il momento unipolare americano, l’avanzata ineluttabile della globalizzazione e il libero mercato»[4].

Sino ad allora era valso quanto teorizzato da Albert Otto Hirschman: «il carattere ostinatamente progressista dell’epoca moderna fa sì che i ‘reazionari’ vivano in un mondo ostile»[5]. Ossia le ultime sequenze di un processo storico secolare, iniziato a Occidente con le rivoluzioni borghesi del Settecento, che promettevano la crescente instaurazione di un futuro all’insegna della giustizia e della libertà; seppure intervallato da ricorrenti fasi di arresto e crisi periodiche. Un progetto politico che si identificava nella sinistra politica e che trovò il suo punto di massimo consolidamento nella risposta alla sfida sistemica del 1929, tradotta negli Stati Uniti in epopea del New Deal e – dopo il secondo conflitto mondiale – con la costruzione del Welfare State europeo.

La grande stagione di avanzamento democratico, rafforzamento della cittadinanza e allargamento dell’inclusione sociale, annunciata e sostenuta dal prezioso contributo intellettuale di personaggi superiori per levatura culturale e impegno morale. L’aquila che svettava più in alto è l’economista britannico John Maynard Keynes, teorico dell’intervento pubblico in funzione anti-ciclica, ma non meno rilevanti sono il filosofo statunitense John Dewey, promotore di comunità democratiche del sapere e del lavoro, o un pensatore interdisciplinare come l’ungherese Karl Polanyi, severo critico delle mistificazioni in materia di capacità auto-regolativa del mercato.

Perfino nell’Italia ai margini dell’Occidente, terra di chiese e conservatorismi più o meno mimetizzati, si faceva largo il pensiero del riformismo progressista, ispiratore della breve stagione legata al Partito d’Azione, sulla scia dell’impegno culturale di Carlo Rosselli, che traduceva nel “Socialismo Liberale” le tesi radicali di Leonard T. Hobhouse, l’allievo di John Stuart Mill autore di “Liberalism” (secondo Wright Mills, “il migliore esposto novecentesco delle idee liberali che io conosca”), come del magistero “liberalsocialista” di Guido Calogero. Per arrivare a un personaggio la cui fine è circonfusa da un alone di mistero quale l’economista Federico Caffè.

Soprattutto nell’Occidente in piena tempesta tra i due conflitti mondiali e un dopoguerra ingaglioffito nelle pratiche indecenti di un scontro “freddo” tra Est e Ovest, questo progetto di rifondazione della società sulla base dell’inclusività democratica determinò una saldatura tra larghi strati della società e le…

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