Giuseppe Tornatore: “Ennio Morricone? Un inconsapevole genio pop” / PRIMA PARTE

Intervistato dal critico Mario Sesti, il regista premio Oscar per “Nuovo Cinema Paradiso” racconta l’amicizia e il sodalizio artistico trentennali con il grande maestro delle colonne sonore al quale ha dedicato lo splendido documentario “Ennio”. Una testimonianza che ci fa capire che quello che sapevamo di Morricone era solo la punta dell’iceberg.

Questa conversazione è tratta da un incontro che ho condotto alla NABA (Nuova Accademia di Belle Arti) di Roma di fronte ad un centinaio di studenti, parte in presenza, parte collegati on line, anche dalla sede milanese della NABA. Precedentemente avevo scritto su Ennio una recensione per il mio blog sull’“Huffington Post” che Tornatore aveva amato e che, successivamente, era stato inviato in lettura a tutti gli studenti e che, in qualche modo, è la premessa di questa conversazione che è stata completata da domande degli studenti della NABA. Di seguito, la mia recensione e la stesura scritta della conversazione con Tornatore che è stata rivista dallo stesso regista. (Mario Sesti)

Pop: esiste un sostantivo e un aggettivo più abusato di questo? Alzi la mano chi non ha avuto bisogno di usarli almeno una volta per descrivere o qualificare un vestito, un brano o un modo di essere, un lampadario o un amico. Eppure, da quando qualcuno ha usato una scatola di zuppa o la vignetta di un fumetto per trasformarli in icone planetarie, e milionarie, è diventato sempre più difficile capire perché il più banale ordinario e comune può diventare magico, gioioso e bello, qual è il talento, e l’intelligenza, che possono operare questo sortilegio. Il film di Tornatore dedicato a Morricone, Ennio, da oggi nelle sale, fa capire molto di tutto questo.

Ennio inizia controvoglia. La tromba, l’arnese con il quale il padre sfama la famiglia è uno strumento esigente, vuole persino che il corpo, con l’ispessimento del labbro, si adegui a lui. Vorrebbe fare qualcos’altro, forse il medico. Il padre decide diversamente e Ennio obbedisce. Dopo un inizio da studente svogliato attacca a suonare tarantelle, bourrè, gighe. Non la smetterà mai più. “Volevo lasciare la musica alla fine degli anni ‘70. Poi ho rimandato di un decennio. Alla fine del successivo ho detto che avrei smesso in quello dopo. Poi non l’ho detto più”.

Studia il contrappunto come un ingegnere edile le tecniche di costruzione, da Monteverdi a Frescobaldi a Bach, ma allo stesso tempo suona nelle bande militari. Maria, la moglie, lo segue per strada. Il suo maestro, Goffredo Petrassi, tra i più grandi compositori italiani del secolo, passa dal neoclassicismo di Strawinskij alla musica dodecafonica, dalla musica sacra dei Salmi del maestro russo all’oceano misterioso e sconosciuto dell’atonalità. Ennio rimarrà per sempre marchiato a fuoco da questa dialettica impossibile: l’ostinato dei fiati, che ritroveremo in molte delle sue composizioni, o l’emozione del rumore che diventa pura forma del suono? Intanto, però, bisogna portare il pane a casa, entra in Rai per raccomandazione e ne fugge a gambe levate ma il destino ha in serbo per lui un incontro che cambierà non solo la sua vita, ma anche la musica leggera in Italia. Viene chiamato a curare gli arrangiamenti alla RCA che è sull’orlo della bancarotta, come Wolf in Pulp Fiction.

Ennio aveva già fatto il suo servizio militare nella musica popolare accompagnando Macario, Wanda Osiris, Totò nel ritorno di fiamma della rivista nel dopoguerra, ma ora si tratta di qualcosa di completamente diverso. L’Italia passa con un balzo senza precedenti da paese distrutto e arretrato a potenza industriale. La musica della Storia cambia, Ennio scoverà partiture, strumenti e suoni giusti per lei. Lo sa bene Gianni Morandi (“Prima di Morricone i brani venivano accompagnati da un’orchestra: lui ha inventato l’arrangiamento moderno”). Pizzicate di contrabbasso, balzi di ottava superiore, fusione di tromboni e voci maschili: gli archi incidono nell’aria frasi di apertura vertiginose, è come se raffiche di note, agili e febbrili, facessero da battistrada alle canzonette. Come usare Klee e Kandinski per disegnare la cartellonistica di una fiera.

L’aspetto meno conosciuto della sua biografia artistica ed esistenziale è uno dei momenti più galvanizzanti di questo documentario appassionante come il f…

A Hebron è in vigore l’oppressione permanente dei palestinesi

Dalle punizioni collettive alle tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale,  passando per le “sterilizzazioni” delle strade dalla presenza palestinese come le chiamano i soldati, ogni “misura temporanea di sicurezza” che istituzioni e coloni israeliani testano su Hebron diventa poi uno strumento d’oppressione permanente imposto sull’intera Cisgiordania. Per usare le parole di Issa Amro, leader della resistenza non violenta nella regione, Hebron è il “laboratorio dell’occupazione”.

“Israelism”, la rivolta dei giovani ebrei negli USA contro l’indottrinamento sionista

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Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

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