“L’ultima estate”, il testamento-bilancio di una vita che sfugge

Un libro di qualche anno fa ci parla del fine vita e dell’amore per la vita con una scrittura chiara e asciutta. Un libro che costringe a riflettere sull’immanenza storico-biologica dell’unica vita che abbiamo a disposizione.

«All’inizio, la mia malattia non mi faceva molta paura… Inoltre il medico mi aveva assicurato che avrei mantenuto le mie facoltà mentali intatte sino alla fine: allora la scambiai per una promessa mentre ora capisco che si trattava di una minaccia».

Zeta, questo l’eloquente pseudonimo assunto dall’autrice-protagonista di L’ultima estate (Fazi Editore) è malata di sclerosi laterale amiotrofica e ha sotto il cuscino il suo testamento biologico: per quando non ce la farà più a dibattersi tra voglia di farla finita e «umiliante istinto di sopravvivenza».

L’esigenza di riappropriarsi di quella parola che la malattia le ha sottratto, ha portato (forse) Cesarina Vighy alla stesura di questo romanzo, che si snoda in un continuo gioco proiettivo di rivisitazioni della sua esistenza tra passato e presente, attraverso una scrittura che è forza intellettiva di una mente che scompone, cesella, crea. In uno scavare nella memoria, passando al setaccio cose e persone, contesti ed eventi. Senza sconti. Senza edulcorazioni. Senza moralismi: «Scenderò in quella pozza, ritroverò i fantasmi dei miei sogni».

E si capisce che quella rivisitazione è tanto più importante, quanto più passata, proprio per recuperarne nella pienezza fatti, affetti, sentimenti. Così come sono. Così come si sentono. «Patti chiari: non sarà un acquerello, piuttosto un’autopsia».

Una resa di conti anche con se stessa. Un testamento-bilancio di una vita che sfugge, come gli oggetti che ormai con sempre maggiore fatica Zeta non riesce neppure più ad afferrare: «Nell’impossibilità di sollevare con una mano il supplemento illustrato di un giornale».

Ma sono i pensieri che Zeta solleva e rivolta in un incessante turbinio. Che riordina e racconta in una narrazione asciutta. Chiedono spazio! Divengono una distesa dei fatti concreti. A volte crudi e scomodi. Ma che adesso, di fronte alla terribile malattia, hanno tutta la dolcezza dolorosa di un vissuto: «Anni di quiete che si potrebbero chiamare anni felici se solo lo sapessimo».

Pagine di lirismo smembrano e ricostituiscono le esperienze della protagonista nel descrivere la sua famiglia d’origine, quella nuova (un marito, una figlia, i suoi gatti)… Ma soprattutto se stessa: nella sua passione per il cinema e per i libri, per un’affermazione professionale, in quel lavoro di archivista e bibliotecaria che quando lascia per anda…

A Hebron è in vigore l’oppressione permanente dei palestinesi

Dalle punizioni collettive alle tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale,  passando per le “sterilizzazioni” delle strade dalla presenza palestinese come le chiamano i soldati, ogni “misura temporanea di sicurezza” che istituzioni e coloni israeliani testano su Hebron diventa poi uno strumento d’oppressione permanente imposto sull’intera Cisgiordania. Per usare le parole di Issa Amro, leader della resistenza non violenta nella regione, Hebron è il “laboratorio dell’occupazione”.

“Israelism”, la rivolta dei giovani ebrei negli USA contro l’indottrinamento sionista

Il film di Sam Eilertsen ed Erin Axelman “Israelism”, proiettato recentemente in Italia, racconta il processo di presa di coscienza di una intera generazione di ebrei americani cresciuti fin da bambini in un ambiente di ferreo indottrinamento al culto di Israele e alla propaganda sionista. Finché molti di loro, confrontandosi con la realtà dei palestinesi attraverso viaggi sul posto o nei campus universitari, non capiscono di essere stati spinti ad annullare la loro ebraicità nella fede cieca in un progetto etnonazionalista.

Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

Nella sinistra postmoderna il discorso sull’oppressione tende a ridursi al punto di vista della vittima. Gli oppressi vengono collocati all’interno di un gruppo indifferenziato la cui unica cifra è l’oppressione stessa. Questo atteggiamento porta ai giudizi ad hominem, poiché non contano tanto le idee ma la posizione in cui si colloca chi le esprime: se non sei un oppresso, non puoi parlare di emancipazione. Se sei un “vecchio uomo bianco”, tenderai sempre e solo a voler mantenere i tuoi privilegi. Le discussioni su chi ha il diritto di parola dovrebbero però lasciare il posto alle discussioni su che cosa ha da dire.