Se Fukuyama avesse letto Carla Lonzi…

Nel suo ultimo libro “Il liberalismo e i suoi oppositori”, il politologo americano Francis Fukuyama rivede a 30 anni di distanza le eccessive sicurezze riguardo alla “Fine della storia” e riconosce che il liberalismo, nel XXI secolo, è un veliero nella temperie; che non necessariamente supererà la tempesta.

Il liberalismo non è mai stato tanto in crisi come oggi, e non è scontato che riuscirà a sopravvivere alla temperie del III millennio. Da questa calda preoccupazione trae origine l’ultimo libro del politologo americano Francis Fukuyama, “Il liberalismo e i suoi oppositori“, pubblicato in Italia da Utet Libri nella traduzione di Bruno Amato e Maria Peroggi. A trent’anni di distanza dal classico che lo rese celebre, “La fine della storia e l’ultimo uomo“, vacilla la sicurezza con la quale lo studioso proclamava che la dottrina liberale rappresentasse il compimento della storia “universale e direzionale”. Forse non sarà ciclica come sosteneva Aristotele, ma di certo – comprende Fukuyama pur evitando di esplicitarlo – la storia è fatta anche di passi indietro. E nel momento in cui la vetta più alta del sistema liberale mondiale, gli Stati Uniti, affrontano i rischi di una sconfitta dall’interno della loro democrazia a causa della virulenza del trumpismo, c’è da chiedersi quanto fossero davvero solide le basi della riflessione di un trentennio fa, che così tanta eco ebbe.

Ma il suo ultimo libro non è un bilancio né un ritorno di riflessione sui presupposti filosofici di quanto aveva affermato trent’anni prima. Per Fukuyama, il sistema liberale rappresentava il miglior compimento possibile della dialettica servo-padrone illustrata da Hegel giacché nel liberalismo le contraddizioni si sciolgono e la libertà si compie: attraverso una sorta di domesticazione razionale del thymós, di quel senso di rabbia, orgoglio e megalotimia (la convinzione che il mondo ci debba un riconoscimento di superiorità) che spinge le persone alla lotta e all’affermazione violenta di sé, e grazie a un accomodamento delle passioni umane nella soddisfazione borghese del piacere e del desiderio. Le istituzioni democratiche, il coinvolgimento delle maggioranze negli indirizzi dello Stato e della vita sociale, la diffusione ampia dei frutti del sistema economico e la diffusa possibilità di iniziativa personale, offrivano per Fukuyama il miglior sbocco ai dilemmi della psiche umana, al bisogno di bilanciamento fra gli slanci del thymós e la sua distruttività, alla necessità di equilibrio fra la megalotimia dei pochi e l’isotimia – la richiesta di pari riconoscimento – delle maggioranze.

Pur costellando la sua riflessione di molte ipotetiche e molte mani avanti, il teorico americano offriva insomma una spiegazione quasi essenzialista del successo del liberalismo nei confronti del suo principale antagonista dell’epoca, il sistema sovietico comunista che all’inizio degli anni ‘90 appariva ormai arrivato alla fine del suo percorso. Pur annotando la persistenza del regime cinese, Fukuyama lo riteneva avviato verso una maggiore liberalizzazione, dettata dalla necessità di aprire lo spazio dell’economia all’iniziativa privata garantendo più libertà ai lavoratori. Non prevedeva avrebbe rappresentato un antagonista di primo piano per gli Stati Uniti. E sebbene non gli sfuggiva la diffusa presenza di personalità megalotimiche nel sistema liberale – citava proprio Donald Trump – riteneva che non sarebbe stato il mondo politico ad assorbirne le energie ma che tali personalità avrebbero trovato sfogo in attività più innocue da un lato e più gloriose dall’altro, nelle quali avrebbero indirizzato il l…

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