La sinistra israeliana ha infranto il tabù della Nakba. E il diritto al ritorno?

L’anno passato ha visto molti gruppi israeliani di sinistra guardare oltre l’occupazione per affrontare l’eredità del 1948, ma resta critica la questione del diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi.

Lo spopolato villaggio palestinese di Mi’ar si trova a circa 17 chilometri a est di Acri, nel nord di Israele. Non compare nelle mappe moderne e non ci sono segnali stradali a indicare ciò che resta del paese oggi: due cimiteri, quello più grande circondato dai fichi d’India che un tempo segnavano il confine del villaggio. Tutto il resto, dalla scuola alle case delle centinaia di persone che vivevano qui prima del luglio 1948, è stato completamente cancellato dal paesaggio e dalla coscienza dell’opinione pubblica israeliana.

Il villaggio non fu distrutto durante la guerra; accadde nel corso dei due decenni successivi, quando i residenti palestinesi, fuggiti per paura dell’avanzata delle forze sioniste, tentarono più volte di tornare alle loro case. Molti di quei residenti furono sfollati internamente, rimasero cioè all’interno dei confini del nuovo Stato, e ricevettero la cittadinanza israeliana, ma furono contrassegnati come “presenti assenti”, senza poter esercitare diritti sulla loro proprietà.

Mi’ar è solo una delle circa 600 località palestinesi totalmente spopolate dei loro residenti durante la Nakba (“catastrofe”) del 1948, quando più di 700 mila palestinesi fuggirono o furono espulsi dalla loro terra in quello che divenne lo Stato di Israele, e cui da allora è proibito tornare. Quest’anno, Mi’ar è stata scelta dal Comitato per la difesa dei diritti degli sfollati interni in Israele (che sostiene il diritto di questi rifugiati di tornare nella loro terra ancestrale) come luogo per la XXV Marcia del Ritorno, che si svolge ogni anno nel Giorno dell’Indipendenza di Israele.

Tra le migliaia di persone da tutto il Paese che si sono unite alla marcia di quest’anno c’erano anche attivisti di Zochrot (in ebraico “ricordare”) che si descrive come “l’unica organizzazione nella società israeliana che si concentra sul riconoscimento della Nakba e sul sostegno al ritorno”. Oltre all’organizzazione di un tour storico-politico del villaggio prima della marcia, Zochrot ha allestito un chiosco alla fine del percorso dal quale ha distribuito opuscoli informativi in ​​ebraico su altri villaggi palestinesi spopolati.

Quando Zochrot è stata fondata, due decenni fa, parlare della Nakba all’interno della società ebraico-israeliana era un’impresa solitaria. Oggi, pur essendo ancora l’unica organizzazione israeliana del suo genere, nella sinistra del Paese la situazione è significativamente cambiata. Negli ultimi anni, e soprattutto dopo gli eventi del maggio 2021 – che hanno visto un’escalation d…

Prigionieri civili ucraini in Russia: un destino in bilico

Migliaia di cittadini ucraini sono stati fatti prigionieri dalle forze russe. Non possono comunicare con avvocati e familiari, non hanno possibilità di ricorrere in appello o di essere oggetto di scambi di prigionieri. Quale sarà il loro destino?

popolo kurdo manifestazione

La Turchia non smette di perseguitare il popolo kurdo

In regimi come quello turco le minoranze subiscono numerosi tipi di persecuzione, e sono costrette a vivere in povertà e in condizioni precarie. Yilmaz Orkan, responsabile di Uiki-Onlus – Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia, racconta in questa intervista i tanti aspetti dell’oppressione strutturale esercitata storicamente dai governi turchi nei confronti del popolo kurdo. Un’oppressione dai tratti ancora più feroci negli ultimi decenni: Erdoğan sta facendo di tutto per rendere il Kurdistan una terra invivibile.

In Uganda i profughi si sentono molto più accolti che in Europa

Un tempo l’Uganda era un Paese di transito lungo le rotte migratorie. Chi emigrava dal sud dell’Africa verso Europa e Stati Uniti non avrebbe mai immaginato di trovare lì una nuova patria. Ma grazie ad accorte politiche d’integrazione, che sostanzialmente equiparano gli stranieri ai cittadini locali, il Paese centrafricano ha costruito un sistema modello per l’accoglienza.