Stati Uniti: se l’ergastolo non è niente da celebrare

Severe pene detentive individuali non fanno che rafforzare il sistema di carcerazione più crudele e razzista del pianeta e distraggono dalla prospettiva di un cambiamento strutturale. Una riflessione sul complesso carcerario-industriale statunitense.

L’8 agosto scorso un giudice federale ha condannato tre uomini bianchi – Greg McMichael, Travis McMichael e William Bryan – per l’omicidio di matrice razziale di Ahmaud Arbery, avvenuto in Georgia nel 2020. I McMichael sono stati condannati all’ergastolo, Bryan a 35 anni. Le condanne si svolgeranno in concomitanza con quelle all’ergastolo emesse da un tribunale della Georgia all’inizio di quest’anno: per i McMichael senza possibilità di libertà condizionale, per Bryan con possibilità di libertà condizionale dopo trent’anni. I McMichael moriranno quindi in carcere, ed è molto probabile che lo stesso succederà anche a Bryan.

In qualità di difensore penale e avvocato per i diritti civili, ho lavorato all’interno e ho cercato di cambiare l’incredibilmente ingiusto sistema di giustizia penale statunitense per più di trent’anni. Ho parlato e scritto a sostegno dell’accusa statale e federale e penso che gli assassini di Arbery dovrebbero stare in prigione. Ma penso anche che le condanne che sono state loro comminate siano eccessive.

Certo, sono lungi dall’essere le più lunghe mai registrate e le persone di colore sono condannate in modo sproporzionato a pene detentive molto lunghe o a vita. Ma penso che anche quelle condanne siano eccessive e ho visto i loro effetti in prima persona. Nel corso della mia carriera ho difeso persone accusate dei crimini più feroci, che altri chiamavano mostri e rifiutavano di considerare umane; erano tutte povere, la maggior parte di colore e molte rischiavano la pena di morte. Penso che la giusta risposta a tutta questa ingiustizia sia ridurre le pene su tutta la linea, anche rilasciando centinaia di migliaia di persone, per lo più nere e ispaniche, ora incarcerate per reati violenti, e lavorare per un cambiamento sistemico, piuttosto che cercare vendetta compensativa quando gli imputati sono bianchi.

Riconosco che la mia critica alle condanne nel caso Arbery potrebbe non essere popolare. Ma non è senza precedenti. Nel giugno 2021, in seguito alla condanna dell’agente di polizia di Minneapolis Derek Chauvin a 22 anni per l’omicidio di George Floyd, Keeanga-Yamahtta Taylor, professoressa di Studi afroamericani a Princeton che ha scritto molto sulla disuguaglianza razziale, sulla politica nera e sui movimenti abolizionisti, ha twittato quello che ha riconosciuto essere un “post impopolare”. “Solo in America”, ha scritto, “qualcuno potrebbe pensare che una pena detentiva a più di vent’anni non sia abbastanza dura… Spero che si possa andare oltre l’inesorabile desiderio di punizione”.

Poiché condivido questa speranza, credo che dobbiamo prendere parola contro le condanne estreme anche quando farlo è impopolare. Tollerare queste sentenze, tanto più avallarle, h…

Moneta e mercato prima del capitalismo. La lezione di Marc Bloch

Per gentile concessione dell’editore Mimesis, pubblichiamo l’introduzione al libro “Lineamenti di una storia monetaria d’Europa” di Marc Bloch, tra i massimi studiosi del Medioevo. Un gigante non solo della storiografia, ma del pensiero e della lotta per la libertà, come dimostra la sua morte per mano nazifascista.

Biennale Teatro 2024, intervista ai direttori artistici Stefano Ricci e Gianni Forte

La Biennale Teatro 2024, in programma dal 15 al 30 giugno 2024, è la quarta e ultima diretta da Stefano Ricci e Gianni Forte (in arte ricci/forte). Ripercorrere le tre precedenti edizioni da loro dirette e fornire anticipazioni su quella che si appresta a iniziare ci fornisce anche il pretesto per una riflessione a 360° sul teatro, la comunicazione e l’arte nel mondo contemporaneo.

Never forget 1984: l’India a 40 anni dal massacro sikh

Nel giugno del 1984 veniva lanciata in India contro il movimento indipendentista sikh l’operazione “Blue Star”, che portò a migliaia di morti. La reazione condusse all’omicidio del premier Indira Gandhi per mano delle sue guardie del corpo, proprio di origine sikh. Ne seguirono in tutta l’India veri e propri pogrom contro questa minoranza, verso la quale l’attuale governo indiano continua ad avere un atteggiamento ambiguo. Minoranza che ci è più vicina di quanto sembra, data la presenza in Italia di numerosi suoi membri, impiegati nel settore agricolo e in quello dell’allevamento.