Pedalare contro le ingiustizie. Trent’anni di Critical Mass

Il 25 settembre 1992 a San Francisco un manipolo di ciclisti diede vita alla prima “Critical Mass”, un raduno per riappropriarsi delle strade monopolizzate dal traffico automobilistico. Un movimento di attivisti su due ruote che in trent’anni si è diffuso in tutto il mondo portando avanti battaglie ambientaliste e per i diritti civili.

Pedalare per trent’anni contro le ingiustizie. O perché il mondo dovrebbe girare in un altro modo. Avanzare lungo le arterie cittadine in sella a una bicicletta per bloccare il traffico e far sentire la propria voce. Il 25 settembre 1992, a San Francisco, un manipolo di ciclisti confluì in market street inaugurando la prima Critical Mass della storia.

Un nome, un programma. La massa, per l’appunto, costituita dai corpi che si ammassano lungo gli argini urbani. E “critica” quando la moltitudine coagulata opta per il movimento coordinato.

Una “coincidenza organizzata”: così si definì l’evento – estemporaneo, clandestino e imbastito con il passa parola e qualche volantino -, che di lì a poco avrebbe diffuso in tutto il mondo l’immaginario dei cerchioni militanti delle bici, roteanti sulle strade asfaltate di oltre 300 città, tra cui Buenos Aires, Milano e Budapest. Fino ai giorni nostri, il trentesimo anniversario di una lunga marcia partita dal cuore degli Stati Uniti.
L’appuntamento del 1992 divenne virale, un logo su cui convergere (e far convergere) svariate aspirazioni e rivendicazioni: negli anni i raduni – peculiari ed unici nelle località dove esplodevano – hanno accolto le istanze del movimento ambientalista, per i diritti civili e delle maree femministe. Oltre alla semplice euforia dell’incontro.

“Si tratta di vietare l’auto”. “Si tratta di divertirsi per strada”. “Si tratta di uno stile di vita più sociale”. “Si tratta di far valere il nostro diritto alla strada”. “Si tratta di solidarietà”. Il sito della Critical Mass di San Francisco rivela le risposte concitate che gli attivisti del tempo diedero per placare la perplessità dei pedoni davanti allo spettacolo cromatico della parata improvvisata. Nel 1993 furono oltre mille i ciclisti che scesero nelle strade della città californiana. Il volantino distribuito riportava in grassetto: “Critical Mass non sta bloccando il traffico. Siamo noi il traffico!”. Nel 1997 il sindaco Willy Brown annunciò un giro di vite sulla kermesse di monopattini, trabiccoli e biciclette variopinte. Circa 7mila attivisti si concentrarono a San Francisco per pedalare. “I ciclisti saranno ovunque!” fu il monito della manifestazione, contro la repressione istituzionale. Le forze dell’ordine intervennero per scongiurare la paralisi della metropoli. Ma il torrente ecologista non si arrestò.

La celebrazione della protesta. Una festosa rivendicazione dello spazio pubblico. Un movimento decentralizzato (“non c’è nessuno al comando”), sparpagliato in molti angoli del pianeta. E un giro su due ruote. “Nel fare questo, sono emerse domande importanti e interessanti. Perché nelle nostre città, c’è così poco spazio aperto dove le persone possono rilassarsi e interagire, libere dall’incessante consumismo della vita ordinaria? Perché le persone sono costrette ad organizzare la propria vita attorno all’auto? Come sarebbe un futuro alternativo?”, scrivono i militanti a due ruote in un opuscolo indirizzato ai “cyclist” di tutto il globo. Che scalpitavano. Londra, 1994. Sidney, 1995. Bruxelles, 2000. Porto Alegre, 2009. In Italia, il 25 settembre 1999, si aprirono le danze delle biciclette. Si svolsero a Pisa.

A Milano, poi, nel 2001, in concomitanza alla grande ondata di mobilitazioni che denunciò le nefandezze sistemiche del potere economico e finanziario dell’epoca: il movimento contro la globalizzazione. Il laboratorio Studentesco Occupato Autogestito Deposito Bulk – circa 8mila metri quadrati di capannoni, sgomberati e demoliti nel 2013 per far spazio al mattone edilizio di ultima generazione – ospitarono la prima officina Critical Mass. Le prime adunate partirono “proprio dai cancelli del Bulk in una versione decisamente meno addomesticata”, come sottolinea un articolo della rivista online Doppiozero. Da poche decine di ciclisti a mareggiate di carbonio e gomma lungo corso Garibaldi. La congiunzione tra la galassia dei centri sociali e lo spontaneismo della mobilitazione creò alchimie politiche nuove, configurando, agli esordi del millennio, pratiche alternative di condivisione. Il secolo esigeva (e lo fa tuttora) forme piratesche di immaginazione. Spuntarono così, come funghi, le cosiddette “ciclo-officine”: fucine di cultura underground e luoghi fisici in cui sperimentare la sostenibilità radicale delle due ruote.

Un rito poi, quello della Critical Mass di Milano, che a cadenza mensile ha connotato la città meneghina. Il suo carattere ricorrente ha limitato il potenziale originario di stravaganza e sovversione delle regole.
A Roma, la carovana in bicicletta debuttò nel 2002. In 50 percorsero 9 km. “Abbiamo letto nel sito americano come funzionava e ci siamo organizzati”, ha detto Luca, testimonianza raccolta nel 2007, dal sito Abitare a Roma. Anno in cui si riversarono in Piazza del Popolo circa 2mila biciclette. “Quella internazionale è nata l’anno dopo, da allora, anche se eravamo meno della metà rispetto all’edizione 2007, ha sempre mantenuto lo stesso stile (nessuna autorizzazione, nessun leader, nessun percorso prestabilito) e lo stesso programma”.

La Critical Mass interplanetaria è nata come un raduno collettivo e corale di ciclisti da tutto il mondo. Detta la Ciemmona, dall’acronimo “Cm”, romanizzato dalla grandezza del raddoppiamento dialettale. Diversi giorni di riappropriazione dei luoghi urbani, un carnevale della mobilità senza smog. Nel 2022 si è tenuta a Torino. L’anno precedente ha invaso le piazze della Capitale dopo le prime sfuriate del Covid-19 che avevano frenato gli entusiasmi.

Obiettivo: raggiungere il litorale e osservare il mare. Sulla tangenziale, l’arteria sopraelevata che plana sulla metropoli, lo sciame rumoreggiava.

“La facilità con cui si è diffusa in tutto il pianeta è la prova evidente (e un rifiuto creativo) dell’esistenza di una strisciante monocultura che accomuna le città più disparate”, scrive Chris Carlsson, capostipite e promotore del movimento statunitense, nel libro Riflessioni di un ambasciatore per caso (lo stralcio è stato pubblicato sul sito Comune.info), in occasione del ventesimo anniversario della prima corsa. Era a San Francisco nel 1992. E non aveva dubbi, il decennio scorso. “Stiamo ripianificando le strade cittadine su nuove basi, reinventandole, almeno temporaneamente. Rotoliamo ovunque, non ci fermiamo mai, siamo uno spazio pubblico in movimento, in definitiva, che cambia in relazione alla geografia, al flusso e al deflusso dei partecipanti”. Argomenti, ancora oggi, estremamente significativi. E coincidenti con la realtà.

A Hebron è in vigore l’oppressione permanente dei palestinesi

Dalle punizioni collettive alle tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale,  passando per le “sterilizzazioni” delle strade dalla presenza palestinese come le chiamano i soldati, ogni “misura temporanea di sicurezza” che istituzioni e coloni israeliani testano su Hebron diventa poi uno strumento d’oppressione permanente imposto sull’intera Cisgiordania. Per usare le parole di Issa Amro, leader della resistenza non violenta nella regione, Hebron è il “laboratorio dell’occupazione”.

“Israelism”, la rivolta dei giovani ebrei negli USA contro l’indottrinamento sionista

Il film di Sam Eilertsen ed Erin Axelman “Israelism”, proiettato recentemente in Italia, racconta il processo di presa di coscienza di una intera generazione di ebrei americani cresciuti fin da bambini in un ambiente di ferreo indottrinamento al culto di Israele e alla propaganda sionista. Finché molti di loro, confrontandosi con la realtà dei palestinesi attraverso viaggi sul posto o nei campus universitari, non capiscono di essere stati spinti ad annullare la loro ebraicità nella fede cieca in un progetto etnonazionalista.

Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

Nella sinistra postmoderna il discorso sull’oppressione tende a ridursi al punto di vista della vittima. Gli oppressi vengono collocati all’interno di un gruppo indifferenziato la cui unica cifra è l’oppressione stessa. Questo atteggiamento porta ai giudizi ad hominem, poiché non contano tanto le idee ma la posizione in cui si colloca chi le esprime: se non sei un oppresso, non puoi parlare di emancipazione. Se sei un “vecchio uomo bianco”, tenderai sempre e solo a voler mantenere i tuoi privilegi. Le discussioni su chi ha il diritto di parola dovrebbero però lasciare il posto alle discussioni su che cosa ha da dire.