Quale futuro per gli indigeni brasiliani dopo Bolsonaro?

Domenica il Brasile va al voto: Lula è ampiamente favorito; l'unica speranza che rimane a Jair Bolsonaro è di arrivare al ballottaggio. Intervista a Ricardo Rao, ex dipendente della Funai, l'agenzia governativa brasiliana che si occupa di popoli indigeni, costretto nel 2019 ad abbandonare il suo Paese per sfuggire al destino a cui invece, di lì a poco, sarebbe andato incontro il suo collega Bruno Pereira, il grande indigenista assassinato il 5 giugno scorso insieme al giornalista britannico Dom Phillips.

L’incubo sta per finire. E a dirlo sono tutti i sondaggi: alle presidenziali di domenica prossima, l’unica speranza che rimane a Jair Bolsonaro è di arrivare al ballottaggio. E a quel punto, magari, tentare ciò che in Brasile temono tutti: un’avventura golpista in stile “assalto al Campidoglio”, puntando sulla bellicosità del suo zoccolo duro e sul sostegno di una parte dei militari. I quali, tuttavia, non sono riusciti a ottenere l’agognato via libera del Tribunale superiore elettorale al conteggio parallelo dei voti da parte di tecnici delle forze armate.

L’ampio margine di vantaggio riconosciuto a Lula sembra in ogni caso metterlo al riparo da ogni rischio di rimonta da parte dell’attuale presidente, di cui certo la storia avrà molto da ricordare: la richiesta di incriminazione per crimini contro l’umanità e altri capi d’accusa da parte della Commissione parlamentare di inchiesta sulla gestione governativa della pandemia; le denunce presentate nel corso del tempo contro di lui presso il Tribunale penale internazionale; la devastazione senza precedenti dell’Amazzonia e il negazionismo climatico; le minacce di golpe e l’esaltazione della dittatura; le dichiarazioni misogine e omofobe; i legami familiari con le milizie e i casi di corruzione; il ritorno della fame, con le persone impegnate a frugare fra carcasse e scarti di macelleria e le favelas addirittura raddoppiate.

Che la partita si decida già domenica o al ballottaggio del 30 ottobre, sarà insomma Lula, a capo di una coalizione mai così ampia (e con tutte le sinistre finalmente unite), a dover avviare il faticoso processo di ricostruzione del Paese a tutti i livelli, a partire – è la speranza che anima la sinistra – dalle necessità delle tante vittime del governo Bolsonaro, compresi quei popoli indigeni contro cui, negli ultimi quattro anni, è stata scatenata una guerra senza precedenti.

Ne sa qualcosa l’avvocato Ricardo Rao, ex dipendente della Funai, l’agenzia governativa brasiliana che si occupa di popoli indigeni, costretto nel 2019 ad abbandonare il suo Paese – stabilendosi nel nostro, grazie alla nazionalità italiana, dopo due anni di esilio in Norvegia – per sfuggire al destino a cui invece, di lì a poco, sarebbe andato incontro il suo collega Bruno Pereira, il grande indigenista assassinato il 5 giugno scorso insieme al giornalista britannico Dom Phillips.

Lo abbiamo incontrato a Roma, dove Rao, in attesa di trovare lavoro, è ospite dello Spin Time, il palazzo occupato nel quartiere Esquilino – un vero “cantiere di rigenerazione urbana” – in cui convivono nuclei familiari di 25 nazionalità diverse: rifugiati politici, singoli indigenti, persone che per vari motivi si ritrovano senza casa.

Quando hai cominciato a lavorare nella Funai?

Nel 2010, dopo aver vinto il concorso. Ma l’interesse per i popoli indigeni è cominciato molto prima. …

A Hebron è in vigore l’oppressione permanente dei palestinesi

Dalle punizioni collettive alle tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale,  passando per le “sterilizzazioni” delle strade dalla presenza palestinese come le chiamano i soldati, ogni “misura temporanea di sicurezza” che istituzioni e coloni israeliani testano su Hebron diventa poi uno strumento d’oppressione permanente imposto sull’intera Cisgiordania. Per usare le parole di Issa Amro, leader della resistenza non violenta nella regione, Hebron è il “laboratorio dell’occupazione”.

“Israelism”, la rivolta dei giovani ebrei negli USA contro l’indottrinamento sionista

Il film di Sam Eilertsen ed Erin Axelman “Israelism”, proiettato recentemente in Italia, racconta il processo di presa di coscienza di una intera generazione di ebrei americani cresciuti fin da bambini in un ambiente di ferreo indottrinamento al culto di Israele e alla propaganda sionista. Finché molti di loro, confrontandosi con la realtà dei palestinesi attraverso viaggi sul posto o nei campus universitari, non capiscono di essere stati spinti ad annullare la loro ebraicità nella fede cieca in un progetto etnonazionalista.

Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

Nella sinistra postmoderna il discorso sull’oppressione tende a ridursi al punto di vista della vittima. Gli oppressi vengono collocati all’interno di un gruppo indifferenziato la cui unica cifra è l’oppressione stessa. Questo atteggiamento porta ai giudizi ad hominem, poiché non contano tanto le idee ma la posizione in cui si colloca chi le esprime: se non sei un oppresso, non puoi parlare di emancipazione. Se sei un “vecchio uomo bianco”, tenderai sempre e solo a voler mantenere i tuoi privilegi. Le discussioni su chi ha il diritto di parola dovrebbero però lasciare il posto alle discussioni su che cosa ha da dire.