Jean-Luc Godard, un pezzo di storia del cinema

Con la morte di Jean-Luc Godard, avvenuta il 13 settembre all'età di 91 anni, il cinema ha perso uno dei suoi professionisti più importanti e radicali. L’autore di questo saggio passa in rassegna gli ultimi lavori del cineasta, tra cui Historie(s) du cinéma, la monumentale serie di video sperimentali in otto parti da 266 minuti realizzata tra il 1988 e il 1998.

Il giorno dopo la morte di Jean-Luc Godard ho guardato Historie(s) du cinéma, la sua serie di video sperimentali in otto parti da 266 minuti realizzata tra il 1988 e il 1998. In passato avevo spesso pensato di guardarla, ma non mi sono mai sentito particolarmente motivato a trascorrere quattro ore e mezzo con il defunto Godard. Era passato un bel po’ di tempo dall’ultima volta che l’avevo preso sul serio: non guardavo nessuno dei suoi film da diversi anni, e anche allora ne vedevo solo uno o due, quasi per caso, ogni tanto. L’ultima volta che ho visto qualcosa di suo in un cinema è stato nel 2014: si trattava del suo penultimo lavoro, un film sperimentale in 3D intitolato Adieu au Langage, che mi ha lasciato freddo, un po’ annoiato, un po’ irritato.

Non mi sono sempre sentito così riguardo a Godard. Era lì all’inizio per me, come lo è stato per tanti altri cinefili. Da adolescente ho guardato i suoi film rivoluzionari dei primi anni Sessanta, À bout de souffle [Fino all’ultimo respiro], Vivre sa vie [Questa è la mia vita] e Bande à part. Non avevo un quadro di riferimento per ciò che stavo vedendo, nessuna comprensione della relazione distorta e antagonista di questi film con la forma e lo stile cinematografici, nessuna idea della sua attenzione e riconfigurazione della grammatica del cinema. Penso di non aver nemmeno saputo che esistesse uno stile cinematografico. Non avevo idea della politica di Godard, del suo radicalismo, e comunque non sarei stato in grado di dargli un senso, anche se l’avessi avuta. Sapevo meno di niente di quello che stavo guardando. Ma questi film danno vita a qualcosa di potente; suggeriscono un modo diverso di vivere, un tipo di vita differente dalla noia provinciale delle Midlands occidentali inglesi in cui ero impantanato. Il primo Godard mi ha offerto un’espansione, un’alternativa; ho guardato questi film, scioccato nell’apprendere che la vita può essere elettrizzante, che le persone possono essere carismatiche: ambigue, sofisticate, ironiche. Anche arrivando a essi nella completa ignoranza del contesto della Nouvelle vague, i primi lavori di Godard sono stati una rivelazione e vedere questi film ha cambiato la mia vita.

Dopo questa infatuazione iniziale, ho smesso di guardare i film di Godard per un bel po’, pensando – e ora mi vergogno a scriverlo – che dato che avevo visto un paio dei suoi film una o due volte, con lui avevo finito. Avevo il quadro, non avevo bisogno di rivisitare i suoi film, o esplorare ulteriormente la sua lunga e straordinariamente prolifica carriera. C’erano così tanti altri film da vedere, e più ne guardavo meno mi interessava Godard. Mi ha aperto a una nuova forma di esperienza cinematografica, e ho imparato da lui, e poi l’ho scartato, immaginando di essere in qualche modo al di sopra del suo lavoro. Per molto tempo ho pensato a Godard come a un regista da infatuazione adolescenziale, utile a una determinata età ma un po’ imbarazzante a interessarsene poi. Una specie di snobismo, un’arroganza sprezzante. E comunque, conoscevo davvero solo i primi cinque anni circa di una carriera che ha attraversato otto decenni, dagli anni Cinquanta al 2022. Di tanto in tanto avevo visto alcuni dei film del gruppo D…

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