Cina: Xi Jinping ottiene il controllo del partito, non del Paese

Il Partito comunista cinese uscito dal Ventesimo Congresso è un Partito a immagine del suo leader Xi Jinping: nel Comitato permanente i sei uomini che accompagneranno il terzo mandato di Xi sono tutti suoi alleati. Ma non tutto è dato per scontato, considerando le sfide che da oggi in avanti la Cina dovrà affrontare, sia da un punto di vista interno, sia da un punto di vista internazionale.

Il Congresso ci ha consegnato il Partito che ci si poteva aspettare: Xi si è auto confermato per altri cinque anni, ha permesso l’ingresso nell’organo più importante della politica cinese dei suoi alleati e ha rinnovato a suo modo il Comitato Centrale (composto da 204 membri, di cui solo 11 donne). È questo ricambio generazionale che pone la necessità di non soffermarsi solo sul breve periodo, ma provare a gettare lo sguardo sul futuro del paese.

Le parole chiave di Xi: autosufficienza tecnologica, sicurezza, prosperità comune
Nel suo discorso inaugurale al Congresso del Partito, Xi Jinping ha focalizzato l’attenzione sulle nuove parole chiave: autosufficienza tecnologica, sicurezza, prosperità comune. Sono le tre direttrici principali della Cina di Xi.

Sull’autosufficienza tecnologica si giocherà gran parte del futuro della Cina: lo scontro commerciale con gli Stati Uniti ha ormai rivelato la sua vera origine, ovvero la sfida tecnologica tra Pechino e Washington. Le azioni del presidente americano Biden hanno continuato l’opera cominciata da Trump, concentrata su un obiettivo: tagliare i rifornimenti di semiconduttori alla Cina per minare al cuore il suo processo di crescita tecnologica. Lo scopo degli Stati Uniti è quello di rallentare in modo letale la possibilità per la Cina di dominare alcuni mercati, come quello dell’Intelligenza artificiale e dei super computer. Secondo Foreign Policy, le ultime decisioni di Biden sul controllo delle esportazioni di componentistiche tecnologiche americane sono un “colpo alla giugulare” dello sviluppo tech cinese. Per questo Xi Jinping nel corso degli ultimi anni ha promosso una serie di tecnocrati: funzionari impegnati nei campi più avanzati della ricerca scientifica incaricati di portare la Cina a non dipendere più dalle insidie geopolitiche dei mercati internazionali. Su questo asse si inserisce anche la vicenda Taiwan. Al Congresso è stato emendato lo Statuto del Partito con la ferma opposizione all’indipendenza dell’isola. Non è chiarito di quale “indipendenza” si tratti – se quella de facto, già in essere, o quella de jure – ma la decisione di inserire nella Costituzione del Partito questo ammonimento ha a che fare non solo con questioni di natura geopolitica: Taiwan è infatti una potenza tecnologica e la Cina, ad ora, non può fare a meno dei suoi semiconduttori. Per questo Pechino non può permettere una indipendenza anche giuridica dell’isola.

Sul concetto di “sicurezza” Xi Jinping negli ultimi tempi aveva già speso molte parole, arrivando anche a prospettare un progetto di “sicurezza globale” dai contorni molto vaghi per la comunità internazionale. Quelle che emergono dal Ventesimo congresso sono due peculiarità: in primo luogo “sicurezza” significa sigillare il paese dal rischio di “ingerenze esterne”, a conferma di come il Partito comunista sia ancora completamente in balia delle paure di tentativi di “regime change” che possono arrivare dall’esterno. Dall’altro lato,  “sicurezza” indica anche chiusura all’esterno per fomentare un nazionalismo che mai come in questo momento sembra l’architrave su cui poggia il dominio incontrastato di Xi Jinping.

“Prosperità comune” è un’altra espressione finita nello Statuto del Partito e fortemente voluta da Xi Jinping: il segretario del Pcc ne ha cominciato a parlare ormai più di un anno fa, nel tentativo di sottolineare l’esigenza di uno svilu…

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