“Il mio maestro Federico Caffè e la sua lezione ancora viva”. Intervista a Daniele Archibugi

Nel libro “Maestro delle mie brame” Daniele Archibugi racconta la vita e la misteriosa scomparsa del grande economista, restituendoci un inedito ritratto, intenso e dolente, di uno tra i maggiori intellettuali italiani del dopoguerra. Ce ne parla in questa intervista.

Un maestro, un amico, quasi un padre. Questo è stato Federico Caffè, grande economista keynesiano e appassionato difensore del welfare state, per Daniele Archibugi, dirigente del Cnr e Professore all’Università di Londra, suo allievo all’università La Sapienza di Roma, dove Caffè per ventotto anni ha insegnato Politica economica e finanziaria. Un rapporto strettissimo e speciale che è al centro di un libro intimo e autobiografico, “Maestro delle mie brame. Alla ricerca di Federico Caffè”, pubblicato di recente da Fazi editore. In queste pagine Archibugi racconta la vita e la misteriosa scomparsa di Caffè, sparito senza lasciare traccia la notte tra il 14 e il 15 aprile del 1987, restituendoci un inedito ritratto, intenso e dolente, di uno tra i maggiori intellettuali italiani del dopoguerra. Lo abbiamo intervistato.

Professor Archibugi, lei che è stato allievo ma soprattutto grande amico di Federico Caffè ha avuto modo di conoscerlo forse meglio di chiunque altro. Chi era Federico Caffè?
Prima di tutto, Caffè è stato un grande maestro. Aveva il raro talento di ascoltare e valorizzare tutti i giovani che entravano nella sua stanza. Non ho mai conosciuto nessuno che avesse tanta attenzione per gli altri, soprattutto quando si trattava dei suoi studenti. Quello che mi sorprende, avendo parlato con molti suoi allievi, è come lui riuscisse a costruire un rapporto unico e speciale con ognuno di loro. Ci faceva sentire tutti quanti figli unici. Lui sapeva bene che crescere è difficile e aveva la pazienza di seguire ciascuno nel proprio percorso, e di stimolarlo adeguatamente e ciò nonostante ci ha fatto studiare e lavorare duramente. Una tale apertura di credito nei confronti degli allievi non poteva essere delusa e questo ci imponeva di non deludere le sue aspettative e quindi a fare del nostro meglio.

Nel libro lei scrive: “Se ho mai conosciuto un santo in vita mia, questo era Federico Caffè. Per il calore umano che sapeva trasmettere a tutti coloro che gli si avvicinavano, per la passione con cui sosteneva il bene comune, per come usava la propria intelligenza e risolutezza nel proteggere i deboli”.
Lo confermo, era un santo per la sua morigeratezza nella vita quotidiana e la sua generosità. Essere lì, tutti i giorni, per anni e anni, a svolgere il proprio lavoro richiede una tenacia che ben pochi hanno e lui ne aveva più di tutti.

Dal suo libro emerge come Caffè riuscisse a costruire un rapporto speciale non solo con gli studenti ma anche con i ricercatori, i professori e tutte le persone che hanno avuto a che fare con lui all’Università.
È proprio così. Tranne quando faceva lezione, Federico preferiva avere rapporti individuali a tu per tu con le persone, e ne aveva una quantità infinita. Ancora oggi, dopo 35 anni, continuano ad arrivare persone che ti dicon…

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