Raúl Zibechi: le ombre del progressismo di Stato in America Latina

Tra gli intellettuali latinoamericani, lo scrittore, giornalista e attivista uruguayano Raúl Zibechi è forse il più critico nei confronti dei governi progressisti. In questa intervista, individua la via di una vera trasformazione sociale non nella lotta elettorale per la conquista dello Stato, ma nella capacità di mobilitazione dei settori indigeni, neri e popolari, nelle esperienze di democrazia dal basso al di fuori del sistema oggi ostacolate proprio dal progressismo statalizzato.

In quel laboratorio di sperimentazioni anti-sistemiche che l’America Latina continua a rappresentare per tante persone, gli ultimi processi elettorali hanno generato aspettative enormi. Così è stato in Cile, dove il giovane presidente Gabriel Boric aveva annunciato al paese, in un ovvio richiamo all’indimenticabile discorso di Salvador Allende dell’11 settembre 1973, di voler “aprire di nuovo i grandi viali attraverso cui passano uomini e donne liberi per costruire una società migliore”. E così è accaduto in Colombia con il governo “delle prime volte” di Gustavo Petro: il primo di segno progressista in due secoli di storia repubblicana, guidato dal primo ex guerrigliero ad assumere il comando delle forze armate, accompagnato dalla prima vicepresidente nera, Francia Márquez. Un governo che, soprattutto, si è proposto di smantellare il neoliberismo di guerra – nella sua particolare versione narco-paramilitarista – che ha trasformato il paese in “una fossa comune con inno nazionale”, puntando alla cosiddetta “pace totale”, da raggiungere, in primo luogo, attraverso il rigoroso compimento dell’Accordo di pace con le Farc del 2016, quello che il governo Santos aveva largamente disatteso e che il governo Duque si era impegnato – mantenendo la parola – a “fare a pezzi”. Un governo, infine, che si è detto pronto ad avviare un processo di transizione energetica, mirato a ridurre il peso del petrolio e del carbone, a impedire il ricorso al fracking e a delineare un nuovo modello minerario. 

Grandi speranze ha risvegliato anche la vittoria di Lula, chiamato, di fronte agli orrori del governo Bolsonaro, a operare il riscatto della sovranità del Brasile, a difendere il diritto a un’alimentazione di qualità, a un impiego dignitoso, al salario giusto, all’accesso alla salute e all’educazione, a salvare la foresta amazzonica e a rigenerare i suoli in tutti i biomi del paese, combattendo “senza tregua” i crimini ambientali cresciuti in maniera spaventosa durante il governo uscente.

Al di là delle speranze, tuttavia, le difficoltà che si trovano ad affrontare i governi progressisti sono enormi, tanto più di fronte alla crescita arrembante dell’estrema destra in tutta la regione. E il modello economico seguito dai governi di ogni colore politico resta quello, tutt’altro che di sinistra, dell’estrattivismo: un modello che non comprende solo l’industria propriamente estrattiva, quella, cioè, degli idrocarburi e dei metalli preziosi, ma anche le monocolture – di soia, palma, canna da zucchero, eucalipto – che avanzano in maniera inarrestabile a scapito di foreste e di comunità indigene e contadine, come pure le grandi infrastrutture necessarie all’esportazione delle materie prime.

Di questo abbiamo parlato con lo scrittore, giornalista e attivista uruguayano Raúl Zibechi, che, tra gli intellettuali latinoamericani, è quello forse più critico nei confronti dei governi progressisti, individuando non nella lotta elettorale per la conquista dello Stato, ma nella capacità di mobilitazione dei settori indigeni, neri e popolari, nelle esperienze di democrazia dal basso al di fuori del sistema, la via di una vera trasformazione sociale.

Con la vittoria di Lula, e quelle precedenti di López Obrador in Messico, Alberto Fernández in Argentina, Luis Arce in Bolivia, Pedro Castillo in Perù, Gabriel Boric in Cile, Xiomara Castro in Honduras e Gustavo Petro in Colombia, sembra delinearsi un nuovo ciclo progressista in America Latina. Quali sono le differenze rispetto a quello del primo decennio del XXI secolo, quando i governi progressisti erano insediati nella quasi totalità della regione?

Ci troviamo ora in un periodo di crisi sistemica globale e di guerre fuori controllo, e oltretutto dinanzi a una forte crescita delle destre in America Latina. Durante il primo ciclo, gli Stati Uniti erano concentrati sulle conseguenze degli attentati alle Torri Gemelle del 2001 e quasi non badavano alla nostra regione. Godevamo di un momento di forte crescita del prezzo delle materie prime e, soprattutto, i movimenti sociali attraversavano un periodo di accumulazione di forze, mostrando un’importante capacità di mobilitazione. È stata questa attività dei movimenti a spingere all’angolo le destre e questo è forse il dato più importante di quegli anni.

Ora la situazione in America Latina è profondamente complessa e soprattutto molto confusa. Abbiamo una dittatura in Nicaragua che reprime i movimenti e i settori popolari organizzati. In Venezuela, un paese che durante il primo ciclo è stato un referente importante dei movimenti (al di là delle opinioni che se ne possano avere), si è registrata una crisi pro…

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