Gli oggetti sono vita e memoria nelle poesie di Ghiannis Ritsos

Ritsos non è un accademico intellettuale. La sua vicenda esistenziale gli permette di essere credibile come uomo; la sua deportazione a Makrònissos, a Leros; il suo confinamento a Samo, gli permette di essere credibile come testimone, come politico. Le poesie di Ghiannis Ritsos sono sempre politica, sempre testimonianza e invito etico.

“Crepuscolo, una stanza pressocché spoglia, l’apertura della scala a chiocciola, che conduce alla lanterna. Si tratta di uno di quei vecchi fari con una lampada a petrolio. Il guardiano del faro è un uomo robusto, impacciato e incerto, incline a confidarsi. Vive da solo, completamente solo, non ha moglie, figli, amici, nessuno. A un certo punto, nel suo tempo rallentato – non fermo, non circolare – compare un vecchio conoscente, venuto a fargli visita. Il guardiano comincia a parlare, a parlargli”. Inizia così, con questa evocazione di un luogo, di un tempo e di un soggetto appena abbozzati, Il guardiano del faro, una delle meno conosciute poesie di Ghiannis Ritsos, così come poco conosciuto è l’altro poema – da cui prenderò spunto in questo breve saggio sulla poetica dell’oggetto in Ritsos -, ovvero L’ultimo e il primo di Lidice.

Si tratta di due gemme preziosissime. L’una, Il guardiano del faro, per spessore poetico e psicoanalitico; l’altra, L’ultimo e il primo di Lidice, per la testimonianza storica e l’attualità che costituisce: una luce portata sui massacri compiuti dai nazisti nella seconda guerra mondiale – contro la piccola città ceca di Lidice, bruciata e rasa al suolo nel 1944, con tutti i suoi uomini, donne e bambini -, analoghi a quelli compiuti dai russi in Ucraina, oggi, contro la città di Mariupol.

Cominciamo dal primo dei poemetti.

Il Guardiano del faro è un soggetto mitologico – tanto è esemplare nella sua marmorea grecità – ma insieme è un uomo in carne e ossa, vicino a ciascuno di noi per le sue paure e il suo bisogno di contatto; è una figura della psicopatologia, per la sua oscillazione acquorea, per il suo andirivieni dentro e fuori le relazioni umane; ma anche una figura del poetico, per la sua refrattarietà a spiegare o descrivere, per la sua inclinazione a disporre i propri gli oggetti interni così, misteriosamente deformati, sul tavolo dei versi.

È un uomo sensibile, fragile, perduto nella sua solitudine. Sei tu, sono io, è lo stesso Ritsos.

Il faro e il mare, composti, contrapposti, disposti uno di fronte all’altro, uno di sopra all’altro.

Al principio, il faro, con la sua luce che illumina il mare oscuro, evoca la tensione alla consapevolezza, alla presunzione di penetrare il buio proprio e altrui, quasi volendo fissare l’…

A Hebron è in vigore l’oppressione permanente dei palestinesi

Dalle punizioni collettive alle tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale,  passando per le “sterilizzazioni” delle strade dalla presenza palestinese come le chiamano i soldati, ogni “misura temporanea di sicurezza” che istituzioni e coloni israeliani testano su Hebron diventa poi uno strumento d’oppressione permanente imposto sull’intera Cisgiordania. Per usare le parole di Issa Amro, leader della resistenza non violenta nella regione, Hebron è il “laboratorio dell’occupazione”.

“Israelism”, la rivolta dei giovani ebrei negli USA contro l’indottrinamento sionista

Il film di Sam Eilertsen ed Erin Axelman “Israelism”, proiettato recentemente in Italia, racconta il processo di presa di coscienza di una intera generazione di ebrei americani cresciuti fin da bambini in un ambiente di ferreo indottrinamento al culto di Israele e alla propaganda sionista. Finché molti di loro, confrontandosi con la realtà dei palestinesi attraverso viaggi sul posto o nei campus universitari, non capiscono di essere stati spinti ad annullare la loro ebraicità nella fede cieca in un progetto etnonazionalista.

Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

Nella sinistra postmoderna il discorso sull’oppressione tende a ridursi al punto di vista della vittima. Gli oppressi vengono collocati all’interno di un gruppo indifferenziato la cui unica cifra è l’oppressione stessa. Questo atteggiamento porta ai giudizi ad hominem, poiché non contano tanto le idee ma la posizione in cui si colloca chi le esprime: se non sei un oppresso, non puoi parlare di emancipazione. Se sei un “vecchio uomo bianco”, tenderai sempre e solo a voler mantenere i tuoi privilegi. Le discussioni su chi ha il diritto di parola dovrebbero però lasciare il posto alle discussioni su che cosa ha da dire.