“Leggere Lolita a Teheran” svela il carattere totalitario di ogni abuso

In "Leggere Lolita a Teheran", l’accostamento tra la Teheran della Repubblica islamica e il romanzo Lolita non sta solo nel mostrare il carattere totalitario dell’abuso di un singolo su un’altra persona, ma nell’affermare che l’abuso politico, in un regime teocratico totalitario, assume, riveste e adatta anche le movenze dell’abuso intimo, domestico, di un singolo su un altro.

Pubblichiamo la seconda parte di un lungo saggio letterario sul romanzo di Azar Nafisi ”Leggere Lolita a Teheran” la cui prima parte è comparsa su MicroMega+ del 27 gennaio 2023.

Lolita vista da Teheran
Humbert
L’accostamento del libro di Nabokov alla situazione iraniana, dunque dell’abuso commesso da un singolo alla situazione di oppressione di un intero popolo, ha il merito di mostrare il carattere totalitario di ogni abuso, anche dell’abuso compiuto da un singolo individuo. Tutto questo impedisce di ridurre la vicenda di Lolita a quella di un abuso sessuale, ma chiede di scorgervi la natura complessa dell’abuso secondo il già citato criterio di lettura posto da Azar Nafisi, per cui il cuore della storia di Lolita “non è lo stupro di una ragazzina da parte di un vecchio sporcaccione, ma la confisca della vita di un individuo da parte di un altro[1]. È questa confisca della vita che pervade la vicenda di Lolita e quella delle donne iraniane. Il che significa che dal libro di Nafisi viene l’input a leggere Lolita cercando di individuare i tanti ambiti, le tante forme, le tante modalità che l’abuso, come un mostro polimorfo e policefalo, mette in atto. Del resto, la logica dell’abuso è tale che non si limita a un unico punto: è nella natura dell’abuso il non sopportare limiti. Esso aspira al controllo totale e al dominio dell’altro. Di fatto, il romanzo di Nabokov presenta una Lolita che non esiste se non nel legame con il suo carceriere. Le è strappata la soggettività e, nelle parole di Humbert, non è che “la mia Lolita”[2], “la mia ninfetta”[3], “la mia viziata schiava-bambina”[4].

Questo, dunque, l’intento della mia rilettura di Lolita: cercare di cogliervi le dinamiche che hanno condotto le ragazze iraniane a sentirlo come espressivo della loro situazione vedendo in filigrana loro stesse dietro Lolita e la Repubblica islamica dietro Humbert. La domanda è: come può essere avvenuto il passaggio dalla situazione che vede implicati un singolo uomo e una singola bambina a quella che riguarda un intero popolo, una classe dirigente, un apparato di polizia, e milioni di cittadini? Questo passaggio implica che si approfondisca la nozione di abuso. E ancora: tutto questo, ha qualcosa da dire anche a chi non vive a Teheran? E certo, qui si aprirebbe lo spazio per un’indagine e una riflessione sulla ricezione del testo di Azar Nafisi, sul successo mondiale di questo libro e, soprattutto, sulle sue ragioni. Che corde ha toccato questo testo? Che cosa ha detto a tanti lettori e lettrici di diverse aree geografiche e culturali del mondo? Su quale piaga ha messo il dito? Quale tema universale ha messo a …

A Hebron è in vigore l’oppressione permanente dei palestinesi

Dalle punizioni collettive alle tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale,  passando per le “sterilizzazioni” delle strade dalla presenza palestinese come le chiamano i soldati, ogni “misura temporanea di sicurezza” che istituzioni e coloni israeliani testano su Hebron diventa poi uno strumento d’oppressione permanente imposto sull’intera Cisgiordania. Per usare le parole di Issa Amro, leader della resistenza non violenta nella regione, Hebron è il “laboratorio dell’occupazione”.

“Israelism”, la rivolta dei giovani ebrei negli USA contro l’indottrinamento sionista

Il film di Sam Eilertsen ed Erin Axelman “Israelism”, proiettato recentemente in Italia, racconta il processo di presa di coscienza di una intera generazione di ebrei americani cresciuti fin da bambini in un ambiente di ferreo indottrinamento al culto di Israele e alla propaganda sionista. Finché molti di loro, confrontandosi con la realtà dei palestinesi attraverso viaggi sul posto o nei campus universitari, non capiscono di essere stati spinti ad annullare la loro ebraicità nella fede cieca in un progetto etnonazionalista.

Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

Nella sinistra postmoderna il discorso sull’oppressione tende a ridursi al punto di vista della vittima. Gli oppressi vengono collocati all’interno di un gruppo indifferenziato la cui unica cifra è l’oppressione stessa. Questo atteggiamento porta ai giudizi ad hominem, poiché non contano tanto le idee ma la posizione in cui si colloca chi le esprime: se non sei un oppresso, non puoi parlare di emancipazione. Se sei un “vecchio uomo bianco”, tenderai sempre e solo a voler mantenere i tuoi privilegi. Le discussioni su chi ha il diritto di parola dovrebbero però lasciare il posto alle discussioni su che cosa ha da dire.