Il rapimento di Abu Omar: quando la Repubblica italiana si mise contro sé stessa

Era cominciato, pare, già ai tempi della presidenza democratica di Bill Clinton, ma è con George W. Bush che il fenomeno dei voli sporchi prende definitivamente piede. Sbarca anche nel cuore dell’Europa, in paesi amici. È proprio l’indagine sul rapimento di Abu Omar che apre il vaso di Pandora. Vent'anni dopo, il ricordo di quelle vicende dalla penna del cronista che le raccontò per primo.

Un imam egiziano, sospettato di terrorismo, sparito nel nulla. Una donna, la moglie, che inaspettatamente chiede aiuto proprio alle autorità di quello Stato che suo marito combatteva. E un’indagine che, invece di cadere nel nulla, finisce nelle mani di alcuni tra gli inquirenti e gli investigatori migliori d’Italia. Comincia così il caso di spionaggio più clamoroso della storia italiana recente, quello legato al rapimento di Abu Omar. Una vicenda che ne racchiude dentro di sé tante altre: la Cia americana che, calpestando ogni regola di diritto e di diplomazia, agisce come un cow boy nel cuore di un Paese straniero. Le autorità statunitensi che ostacolano e depistano le indagini di un alleato. Fino agli ultimi capitoli: lo Stato italiano che si divide in due, che combatte contro se stesso. Da una parte presidenti del Consiglio e della Repubblica che rispettivamente di fronte alle inchieste invocano il segreto di Stato e firmano provvedimenti di grazia per gli accusati. Dall’altra pubblici ministeri, giudici e investigatori della polizia che riescono a condurre in porto un’indagine proibitiva. Fino alle condanne.

Certo, nessuno dei principali condannati ha visto il carcere. Ma vent’anni dopo quel 17 febbraio 2003 si può forse dire che ha vinto chi cercava la verità.

Il rapimento di Abu Omar può sembrare una vicenda che chiama in causa esclusivamente grandi potenze, guerre globali, rapporti tra nazioni. Ma è anche, forse soprattutto, una storia di persone.

Era l’autunno 2004 quando nel Palazzo di Giustizia di Milano mi trovai vicino quella donna. Ero cronista di giudiziaria per Repubblica. Metà pomeriggio, gli interminabili corridoi di marmo vuoti, le porte dei magistrati ormai chiuse. Mi ero seduto su una di quelle panche di legno scuro così scomode e dure. Sembrava ormai che la giornata fosse destinata a finire così, con il taccuino vuoto. Ma qualcosa mi aveva colpito, intorno a quella donna egiziana con il velo c’era un andirivieni di agenti della Digos, anche pezzi grossi. Cercavano di far passare inosservata la sua presenza. Io ero riuscito soltanto a catturare un paio di parole, “marito”, “rapito”, e quel nome “Abu Omar”. Era già abbastanza. Tornato in ufficio, avevo digitato sul computer e mi era comparso un trafiletto di poche righe: la polizia indagava sulla scomparsa di un imam egiziano sparito nel nulla in via Guerzoni a Milano. Una vicenda come tante. Così pareva. Ma l’aveva scritto un collega che ci capiva come Piero Colaprico, che ave…

A Hebron è in vigore l’oppressione permanente dei palestinesi

Dalle punizioni collettive alle tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale,  passando per le “sterilizzazioni” delle strade dalla presenza palestinese come le chiamano i soldati, ogni “misura temporanea di sicurezza” che istituzioni e coloni israeliani testano su Hebron diventa poi uno strumento d’oppressione permanente imposto sull’intera Cisgiordania. Per usare le parole di Issa Amro, leader della resistenza non violenta nella regione, Hebron è il “laboratorio dell’occupazione”.

“Israelism”, la rivolta dei giovani ebrei negli USA contro l’indottrinamento sionista

Il film di Sam Eilertsen ed Erin Axelman “Israelism”, proiettato recentemente in Italia, racconta il processo di presa di coscienza di una intera generazione di ebrei americani cresciuti fin da bambini in un ambiente di ferreo indottrinamento al culto di Israele e alla propaganda sionista. Finché molti di loro, confrontandosi con la realtà dei palestinesi attraverso viaggi sul posto o nei campus universitari, non capiscono di essere stati spinti ad annullare la loro ebraicità nella fede cieca in un progetto etnonazionalista.

Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

Nella sinistra postmoderna il discorso sull’oppressione tende a ridursi al punto di vista della vittima. Gli oppressi vengono collocati all’interno di un gruppo indifferenziato la cui unica cifra è l’oppressione stessa. Questo atteggiamento porta ai giudizi ad hominem, poiché non contano tanto le idee ma la posizione in cui si colloca chi le esprime: se non sei un oppresso, non puoi parlare di emancipazione. Se sei un “vecchio uomo bianco”, tenderai sempre e solo a voler mantenere i tuoi privilegi. Le discussioni su chi ha il diritto di parola dovrebbero però lasciare il posto alle discussioni su che cosa ha da dire.