“Ni una menos” non si ferma: la lotta delle femministe latinoamericane

Dal 2015 a oggi il movimento delle femministe latinoamericane è esploso, nelle piazze di tutto il continente fino a cambiare la politica. Ma le conquiste da realizzare sono ancora tantissime. Lo dimostrano, fra le altre cose, gli ostacoli al diritto d'aborto che persistono in tutto il Continente.

Tutto è cominciato fra le femministe latinoamericane, come spesso avviene, da una piccola iniziativa: una maratona di lettura organizzata  il 26 marzo del 2015 da un gruppo di giornaliste, scrittrici, attiviste e artiste argentine con l’obiettivo di protestare contro l’inarrestabile strage di donne. Una protesta che aveva fatto suo il verso della poetessa messicana (vittima di femminicidio) Susana Chávez – Ni una mujer menos, ni una muerta más –trasformandolo in un grido collettivo di straordinaria potenza, “Ni una Menos”.

È con questo grido che un gran numero di persone, il 3 giugno di quell’anno, erano scese in strada a Buenos Aires e in tutto il Paese, in reazione all’ennesimo caso di femminicidio, quello di una adolescente di 14 anni, Chiara Páez, uccisa e sepolta dal fidanzato perché incinta. Ma non era che l’inizio: il movimento sarebbe tornato in strada anche l’anno successivo, il 3 giugno 2016 (e poi, ancora, il 3 giugno 2017), nel mezzo delle brutali misure di aggiustamento adottate dal governo di Mauricio Macri, di cui erano le donne a sopportare il peso maggiore, se non altro per il fatto di guadagnare, a parità di incarico lavorativo, il 27% in meno dei loro compagni. Per questo era stata aggiunta un’altra parola d’ordine, “Vivas nos queremos”, a indicare la vera rivendicazione del movimento: non soltanto non essere uccise, ma vivere, e vivere degnamente.

È così che le donne argentine, dietro lo slogan “Si mi vida no vale, produzcan sin mi”, avevano deciso di promuovere, per il 19 ottobre di quel 2016, uno sciopero di un’ora contro il femminicidio, inteso come «il punto più alto di una trama di violenze che include lo sfruttamento, la crudeltà e l’odio per le diverse forme di autonomia femminile» da parte di chi «pensa che i nostri corpi siano cose da usare e scartare, rompere e saccheggiare».

Ma intanto il grido “Ni una menos” aveva oltrepassato le frontiere del Paese per dilagare in tutto il pianeta, traducendosi, l’8 marzo del 2017, nel primo sciopero internazionale delle Donne, contro la violenza di genere in tutte le sue forme: fisica, verbale, psicologica, economica, sessuale, istituzionale, simbolica, lavorativa. Lo stesso grido era poi risuonato di lì a poco, il 25 novembre, per le strade del mondo e dell’America Latina, dove, dietro lo slogan “Ni la tierra ni…

A Hebron è in vigore l’oppressione permanente dei palestinesi

Dalle punizioni collettive alle tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale,  passando per le “sterilizzazioni” delle strade dalla presenza palestinese come le chiamano i soldati, ogni “misura temporanea di sicurezza” che istituzioni e coloni israeliani testano su Hebron diventa poi uno strumento d’oppressione permanente imposto sull’intera Cisgiordania. Per usare le parole di Issa Amro, leader della resistenza non violenta nella regione, Hebron è il “laboratorio dell’occupazione”.

“Israelism”, la rivolta dei giovani ebrei negli USA contro l’indottrinamento sionista

Il film di Sam Eilertsen ed Erin Axelman “Israelism”, proiettato recentemente in Italia, racconta il processo di presa di coscienza di una intera generazione di ebrei americani cresciuti fin da bambini in un ambiente di ferreo indottrinamento al culto di Israele e alla propaganda sionista. Finché molti di loro, confrontandosi con la realtà dei palestinesi attraverso viaggi sul posto o nei campus universitari, non capiscono di essere stati spinti ad annullare la loro ebraicità nella fede cieca in un progetto etnonazionalista.

Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

Nella sinistra postmoderna il discorso sull’oppressione tende a ridursi al punto di vista della vittima. Gli oppressi vengono collocati all’interno di un gruppo indifferenziato la cui unica cifra è l’oppressione stessa. Questo atteggiamento porta ai giudizi ad hominem, poiché non contano tanto le idee ma la posizione in cui si colloca chi le esprime: se non sei un oppresso, non puoi parlare di emancipazione. Se sei un “vecchio uomo bianco”, tenderai sempre e solo a voler mantenere i tuoi privilegi. Le discussioni su chi ha il diritto di parola dovrebbero però lasciare il posto alle discussioni su che cosa ha da dire.