Gli (infruttuosi) tentativi vaticani di contrastare l’ateismo

Fra i nemici principali della Chiesa cattolica c’è certamente l’ateismo, che i diversi papi – da Pio XII fino a Francesco – hanno cercato di combattere con strade diverse: facendo leva sui Paesi fuori dall’Europa, identificando nel comunismo ateo il male o tentando la strada del dialogo come nel caso del Cortile dei Gentili del cardinale Ravasi. Ma le strategie si sono rivelate tutte inefficaci.

Nel dopoguerra la Chiesa cattolica ha dovuto combattere la progressiva secolarizzazione del mondo occidentale, che per più di un millennio era stato il suo raggio d’azione quasi esclusivo. Tutti i papi hanno compiuto numerosi sforzi per sconfiggere quella che viene considerata come la più grande minaccia per la fede: l’ateismo. Nessuno di essi è mai riuscito a venirne a capo. Ne ripercorriamo qui le principali strategie.

Quella scelta da Pio XII fu l’accelerazione della globalizzazione della Chiesa. Benché si fosse diffusa sui cinque continenti (grazie soprattutto alle armi delle potenze coloniali), quella cattolica restava infatti una confessione religiosa guidata da europei, che osservava ancora con sospetto le popolazioni di quello che al tempo veniva definito “terzo mondo”, e centellinava quindi non solo la nomina di loro uomini nelle funzioni apicali, ma persino il loro accesso al sacerdozio. Pacelli fu il primo pontefice a comprendere che le masse dei Paesi in via di sviluppo, caratterizzate da maggiore devozione e più alti tassi demografici, avrebbero potuto identificarsi nella Chiesa con minore difficoltà, diventandone progressivamente anche l’elemento trainante. E iniziò ad agire di conseguenza.

Parafrasando una frase alla moda, va riconosciuto al Vaticano di aver visto arrivare gli atei molto prima che li notassero i mezzi d’informazione. Ma forse non fu perspicacia, la sua, ma soltanto l’effetto collaterale di un’impostazione dottrinale sbagliata, e sostanzialmente retrograda. Pio XII, come quasi tutti i dirigenti della Chiesa dell’epoca, assimilava sostanzialmente l’ateismo al comunismo. Portando alle conclusioni estreme tale identificazione, il primo luglio 1949 fece emettere un decreto del Sant’Uffizio con il quale l’adesione al Pci veniva equiparata all’apostasia formale dalla Chiesa. Benché la “scomunica dei comunisti” sia stato un atto così famoso da essere entrato nell’immaginario collettivo, ben poche riflessioni o ricerche sono state condotte sul suo totale fallimento: non si registrò alcuna restituzione di massa (e nemmeno circoscritta) delle tessere del Partito, generando per contro qualche malcontento anche all’interno della stessa organizzazione ecclesiastica.

Il succ…

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