Nicaragua, il sogno infranto di un socialismo plurale e democratico

Sembrava che la rivoluzione sandinista in Nicaragua seguisse un modello diverso da quello che si era imposto in troppi Paesi, dove il superamento del capitalismo era stato accompagnato dall’autoritarismo, dall’opprimente dominio di un partito unico sull’intera società e da una negazione formale e di fatto di ogni spazio democratico. Ma i sandinisti di oggi sono invece un’ennesima incarnazione di quel modello. E ancora una volta assistiamo al tracollo etico per quei settori di sinistra che continuano a difendere dittatori sanguinari, senza fare mai i conti con la questione democratica.
Nicaragua sandinista

Nella sinistra solo i più anziani ricordano quel 19 luglio del 1979, quando in Nicaragua il Fronte sandinista di liberazione nazionale (Fsln), al culmine di due decenni di lotta e di un anno e mezzo di insurrezione, riuscì a liberare militarmente la capitale Managua e a instaurare una giunta di governo di ricostruzione nazionale, mettendo in fuga il dittatore Anastasio Somoza (che scappò prima negli Stati Uniti, poi in Paraguay, dove ottenne l’appoggio del dittatore Stroessner e dove l’anno successivo venne ucciso).

La vicenda di una rivoluzione anti-dittatoriale

La dittatura dei Somoza era stata una delle più atroci e corrotte delle tante dittature che in quegli anni imperversavano in America Latina (come dimostrò platealmente la scandalosa e inumana gestione somozista del violentissimo terremoto del 1972 che distrusse gran parte del Paese e uccise oltre 10 mila nicaraguensi). Vale la pena di ricordare che nel 1979, sette anni dopo il sisma, la capitale Managua non era stata ancora ricostruita ed era ancora segnata pesantemente dalle distruzioni dovute al terremoto. Era segno di quanto poco Somoza e i suoi tenessero al Paese che pervicacemente pretendevano di continuare a dominare. E le poche opere di ricostruzione sono state per la cricca dominante occasione per enormi malversazioni.

Somoza padre fu responsabile dell’uccisione nel 1936 del nazionalista rivoluzionario Augusto César Sandino, capo della lotta armata contro l’occupazione yankee. Nei 42 anni di potere della dinastia dei Somoza (dopo il padre, dal 1956 in poi, si alternarono alla presidenza i due figli), si calcola che la repressione abbia ucciso circa 20 mila nicaraguensi. Questo in un Paese con un’estensione pari a circa un terzo dell’Italia e che allora contava non più di 4 milioni di abitanti (oggi, grazie a uno dei maggiori tassi di natalità dell’emisfero occidentale, ne conta quasi 6 milioni).

L’insurrezione sandinista raccolse il sostegno e le speranze della stragrande maggioranza del popolo. La contro-insurrezione somozista provocò in un anno e mezzo la morte di altri 50 mila nicaraguensi. Il Paese era politicamente, socialmente ed economicamente devastato da quarant’anni di dittatura e dal lungo conflitto politico-militare.

L’Fsln e la profonda trasformazione del Paese

Il Fronte sandinista era stato fondato nel 1961 (sull’onda della rivoluzione cubana) da Carlos Alberto Fonseca Amador, reduce dalla lotta guerrigliera in Guatemala e Honduras. Fonseca scelse di utilizzare per l’organizzazione da lui fondata il termine “sandinista” al fine di sottolineare come il programma del Fronte fosse democratico, sociale e socialista (sulla scia delle scelte fatte anche dalla leadership cubana nei primi anni Sessanta), ma anche di lotta per l’autodeterminazione nazionale, obiettivo estremamente importante per un Paese da sempre ritenuto una colonia degli Usa e da sempre governato da “fantocci” di Washington. La Guardia nazionale nicaraguense uccise a sangue freddo Fonseca dopo averlo catturato l’8 novembre 1976.

Ma l’Fsln continuò la lotta, sotto la guida di una direzione politico-militare particolarmente …

A Hebron è in vigore l’oppressione permanente dei palestinesi

Dalle punizioni collettive alle tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale,  passando per le “sterilizzazioni” delle strade dalla presenza palestinese come le chiamano i soldati, ogni “misura temporanea di sicurezza” che istituzioni e coloni israeliani testano su Hebron diventa poi uno strumento d’oppressione permanente imposto sull’intera Cisgiordania. Per usare le parole di Issa Amro, leader della resistenza non violenta nella regione, Hebron è il “laboratorio dell’occupazione”.

“Israelism”, la rivolta dei giovani ebrei negli USA contro l’indottrinamento sionista

Il film di Sam Eilertsen ed Erin Axelman “Israelism”, proiettato recentemente in Italia, racconta il processo di presa di coscienza di una intera generazione di ebrei americani cresciuti fin da bambini in un ambiente di ferreo indottrinamento al culto di Israele e alla propaganda sionista. Finché molti di loro, confrontandosi con la realtà dei palestinesi attraverso viaggi sul posto o nei campus universitari, non capiscono di essere stati spinti ad annullare la loro ebraicità nella fede cieca in un progetto etnonazionalista.

Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

Nella sinistra postmoderna il discorso sull’oppressione tende a ridursi al punto di vista della vittima. Gli oppressi vengono collocati all’interno di un gruppo indifferenziato la cui unica cifra è l’oppressione stessa. Questo atteggiamento porta ai giudizi ad hominem, poiché non contano tanto le idee ma la posizione in cui si colloca chi le esprime: se non sei un oppresso, non puoi parlare di emancipazione. Se sei un “vecchio uomo bianco”, tenderai sempre e solo a voler mantenere i tuoi privilegi. Le discussioni su chi ha il diritto di parola dovrebbero però lasciare il posto alle discussioni su che cosa ha da dire.