L’ultimo rapporto IPCC: giustizia ambientale è giustizia sociale

Nonostante gli accordi di Parigi del 2015 sembrassero un’assunzione di responsabilità da parte dei governi per ridurre l’impatto della crisi climatica e ambientale, quanto fatto da allora è stato del tutto insufficiente. Il Sesto Rapporto sulla scienza del clima dell’IPCC dimostra come il tempo che ci resta è drasticamente poco, un tempo da spendere per coniugare la giustizia ambientale e quella sociale, inestricabilmente legate fra loro.
Clima

Il 20 marzo 2023 è stata pubblicata la Sintesi del Sesto Rapporto sulla scienza del clima dell’IPCC, l’organo intergovernativo sul cambiamento climatico. Molti hanno definito quest’ultima fatica dell’IPCC “l’avvertimento finale” da parte del mondo scientifico. Dal 1988, anno della sua fondazione, l’IPCC ha pubblicato una ricognizione della scienza del clima circa ogni sei anni: mantenendo questa scansione temporale, il prossimo rapporto vedrà la luce a ridosso del 2030.

A quel punto, i giochi saranno fatti. Allora, probabilmente, il principale tema di discussione sarà come sopravvivere in un mondo radicalmente più caldo, più instabile e meno accogliente; oppure, auspicabilmente, ci si potrà rallegrare dei risultati raggiunti.

Nel 2015, alla firma dell’accordo di Parigi, ricordo di aver provato una sensazione di sollievo. Finalmente la crisi climatica era un tema da prima pagina, finalmente i governi si impegnavano seriamente a imprimere una svolta al modello di sviluppo economico oggi dominante. Le evidenze scientifiche erano già ampie, le soluzioni già disponibili: quindici anni sembravano lunghi abbastanza per far sì che il mondo si indirizzasse, finalmente, nella giusta direzione.

Oggi è passata più della metà di quei quindici anni, e siamo ancora molto vicini al punto di partenza. Le conoscenze si sono consolidate, le soluzioni sono migliori e più numerose. Ma la volontà politica è ancora la stessa del 2015: di fatto inesistente, come dimostra l’incredibile affezione allo status quo (e agli interessi economici ad esso legati) dimostrata in questi anni, rafforzata dagli sforzi delle grandi aziende e dalla paura del cambiamento di una parte della popolazione.

Questo rapporto di sintesi, che riassume i tre grandi “capitoli” del Sesto Rapporto dell’IPCC, pubblicati tra il 2021 e il 2022, e il relativo Summary for Policymakers (SPM), restituiscono senza dubbio un quadro a tinte fosche, ma al tempo stesso mostrano con chiarezza come vi sia ancora un certo margine d’azione, sottolineando l’importanza di cogliere questa (forse ultima) opportunità di svolta.

La scienza del clima

Rispetto al precedente rapporto, pubblicato nel 2014, le evidenze che emergono da quest’ultima analisi della letteratura scientifica sul clima non lasciano più alcun margine di dubbio. Il fatto che le attività umane siano le principali responsabili dell’attuale cambiamento climatico, e che abbiano innescato rapidi cambiamenti anche nell’atmosfera, negli oceani, nella criosfera (i ghiacci) e nella biosfera è riconosciuto come “indubitabile”. Che il riscaldamento dello strato superficiale degli oceani (da 0 a 700 metri di profondità) e l’acidificazione delle acque marine siano da attribuire all’impatto umano è “virtualmente certo” (il che corrisponde, nel gergo dell’IPCC, a un grado di certezza del 99-100%). Che il ritirarsi dei ghiacci a livello globale, la riduzione della copertura nevosa nell’emisfero boreale, lo scioglimento della superficie ghiacciata della Groenlandia e delle acque dell’Artico siano, anch’essi, il risultato delle nostre attività…

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