La scuola di Don Milani che sfidava DC e PCI

A cent'anni dalla sua nascita, ripercorriamo il pensiero di Don Milani a fondamento della sua esperienza didattica. La sua era una scuola che sfidava la Chiesa, accusata di abbandonare i poveri, e i due grandi partiti di massa, ugualmente ritenuti traditori delle classi subalterne che lui cercava di emancipare soprattutto attraverso l'alfabetizzazione.
Don Milani

Lorenzo Milani nacque un secolo fa. Nacque in una famiglia borghese e questa origine diventerà per lui un peso, quasi una colpa da cui redimersi. Il padre, Albano Milani, era di famiglia cattolica, mentre la madre, Alice Weiss, era di origini ebree. Ma entrambi non erano praticanti, e si erano sposati con rito civile. Tra i suoi ascendenti vi erano importanti intellettuali, come il bisnonno Domenico Comparetti (filologo e poi senatore) e il nonno Luigi Adriano Milani, archeologo e direttore del Museo archeologico di Firenze. Lorenzo si convertì alla religione cattolica verso i vent’anni, e – dopo aver frequentato il seminario – prese i voti ecclesiastici. Nel 1947 fu assegnato in qualità di cappellano alla parrocchia di San Donato in Calenzano (vicino a Prato), dove rimase fino al 1954. Dopo le elezioni del 1948 era sopravvenuta l’egemonia centrista-moderata, e Pio XII tentava di imporre la supremazia clericale sulla vita pubblica italiana. In questa situazione, don Milani iniziò a sentire un profondo disagio per la condizione di miseria e di subalternità in cui la politica democristiana e l’azione della Chiesa imprigionavano le classi lavoratrici.

Le sue preoccupazioni pastorali lo portarono alla scelta in favore dei poveri e lo spinsero occuparsi dell’educazione dei giovani, attraverso la creazione della sua scuola serale. Ma la contraddizione tra l’amore evangelico per i poveri e l’esigenza di appartenenza alla Chiesa che tradiva le classi subalterne sarebbe stato il suo costante tormento. L’orientamento sociale e classista della sua attività pastorale non fu però apprezzato dai borghesi e dalle gerarchie ecclesiastiche. Nel 1954 fu spedito in una sorta di esilio a Barbiana, una minuscola parrocchia nell’Appennino. E qui attese al suo magistero fino alla morte, avvenuta nel 1967. Qui aprì la sua scuola destinata ai ragazzi che avevano abbandonato la scuola pubblica. Una scuola che avrebbe attirato una vasta attenzione, particolarmente dopo la pubblicazione del volume Lettera a una professoressa, scritto insieme ai suoi ragazzi ed uscito nel 1967, circa un mese prima della sua morte.

Per esporre la sua posizione socio-pedagogica occorre però muovere da Esperienze pastorali, l’opera che egli pubblicò nel 1958, quando era già a Barbiana, ma che rimeditava l’attività svolta a Calenzano. Un’opera di cui le gerarchie ecclesiastiche ottennero il ritiro dal commercio dopo un mese dalla pubblicazione. In questo lavoro emerge con chiarezza la sua profonda fedeltà al compito pastorale, alla missione di evangelizzazione (e ciò fa apparire prive di fondamento le illazioni su un don Milani criptocomunista o para-marxista). Egli coglieva però due ostacoli alla realizzazione di tale missione. Innanzitutto, lo stato di profonda ignoranza in cui versavano i poveri impediva un vero accesso alla comprensione della parola evangelica, cosicché la pratica religiosa si degradava a mera consuetudine. Inoltre, l’appoggio ecclesiastico a una Democrazia cristiana che proteggeva l’interesse dei ricchi padroni e la loro supremazia faceva perdere ai poveri la fiducia nella Chiesa, cosicché se ne allontanavano…

A Hebron è in vigore l’oppressione permanente dei palestinesi

Dalle punizioni collettive alle tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale,  passando per le “sterilizzazioni” delle strade dalla presenza palestinese come le chiamano i soldati, ogni “misura temporanea di sicurezza” che istituzioni e coloni israeliani testano su Hebron diventa poi uno strumento d’oppressione permanente imposto sull’intera Cisgiordania. Per usare le parole di Issa Amro, leader della resistenza non violenta nella regione, Hebron è il “laboratorio dell’occupazione”.

“Israelism”, la rivolta dei giovani ebrei negli USA contro l’indottrinamento sionista

Il film di Sam Eilertsen ed Erin Axelman “Israelism”, proiettato recentemente in Italia, racconta il processo di presa di coscienza di una intera generazione di ebrei americani cresciuti fin da bambini in un ambiente di ferreo indottrinamento al culto di Israele e alla propaganda sionista. Finché molti di loro, confrontandosi con la realtà dei palestinesi attraverso viaggi sul posto o nei campus universitari, non capiscono di essere stati spinti ad annullare la loro ebraicità nella fede cieca in un progetto etnonazionalista.

Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

Nella sinistra postmoderna il discorso sull’oppressione tende a ridursi al punto di vista della vittima. Gli oppressi vengono collocati all’interno di un gruppo indifferenziato la cui unica cifra è l’oppressione stessa. Questo atteggiamento porta ai giudizi ad hominem, poiché non contano tanto le idee ma la posizione in cui si colloca chi le esprime: se non sei un oppresso, non puoi parlare di emancipazione. Se sei un “vecchio uomo bianco”, tenderai sempre e solo a voler mantenere i tuoi privilegi. Le discussioni su chi ha il diritto di parola dovrebbero però lasciare il posto alle discussioni su che cosa ha da dire.