IA e sport, Andrea Zorzi: “Atleti insostituibili, allenatori a rischio!”

Lo sport necessita di dati sempre più numerosi e complessi da elaborare per implementare le prestazioni di squadre e singoli atleti. E l’Intelligenza Artificiale fornisce un’accelerazione mostruosa a questo processo. Ne parliamo con l’ex pallavolista Andrea Zorzi, esponente di spicco della cosiddetta generazione di fenomeni, il quale, a partire da questa considerazione, arriva a una conclusione inaspettata: che a essere sostituito da un’Intelligenza Artificiale oggi potrebbe essere proprio colui che è considerato l’artefice di quella nazionale leggendaria, ovvero l’allenatore argentino Julio Velasco.
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Fabio Bartoli: Siamo qui per parlare di quale impatto l’Intelligenza Artificiale e alcuni suoi derivati come ChatGPT potranno avere sul mondo dello sport. Un tema potenzialmente molto ampio sia perché l’Intelligenza Artificiale è appunto uno dei grandi temi con i quali ci confrontiamo e ci confronteremo sempre di più sia perché lo sport, fatto di performance e di dati relativi alle performance, ne potrà essere influenzato in tanti modi.

Andrea Zorzi: Prima di tutto partirei da una premessa per definire alcune caratteristiche del mondo dello sport. Per me lo sport è un ambiente iper-codificato, che ha bisogno di stabilire regole categoriche ed inequivocabili per poter giudicare ogni possibile situazione. Tutti i regolamenti sportivi hanno l’obiettivo principale di ridurre al minimo le interpretazioni per poter definire una classifica che non lasci spazio a troppe contestazioni. Questa prassi rende lo sport un ambiente dicotomico, una specie di mondo in bianco o nero, dove ogni azione deve essere consentita o vietata, giusta o sbagliata. Proprio questa netta contrapposizione rende l’ambiente sportivo una specie di laboratorio (una sorta di realtà digitale che deve adattarsi alla regola dello 0 o 1 del bit) che può far emergere in maniera più chiara gli effetti di questi nuovi sviluppi delle moderne tecnologie.  
Ci tengo a chiarire che non considero la dicotomia dello sport un modello auspicabile da applicare ad altri contesti umani, ma solo un utile “laboratorio” che può aiutarci di analizzare sistemi complessi attraverso una prospettiva semplificata.

Fabio Bartoli: Se queste sono le premesse, allora direi che possiamo iniziare ad addentrarci in questo laboratorio per comprendere che cosa il mondo dello sport ci aiuta a comprendere sugli attuali sviluppi dell’Intelligenza Artificiale e le sue possibili ricadute.

Andrea Zorzi: Perfetto. E allora partirei da un tema che recentemente ha avuto molto spazio sui media: si parla dei lavori attualmente a rischio, quelli che potrebbero venire sostituiti dalle Intelligenze Artificiali. I grandi guru del settore hanno compilato una lista di professioni che non rischiano la sostituzione e tra queste ci sono il piastrellista, il macellaio, l’infermiere ecc. Alcune sono professioni in cui si usano le mani per lavorare a progetti su piccola scala in contesti non facilmente codificabili e replicabili. Il vero motivo per cui queste professioni artigianali non sono a rischio immediato è perché non è economicamente vantaggioso investire in complesse strutture per lavori brevi e su piccola scala. Mica posso allestire una catena di montaggio all’interno di un appartamento nel quale fare un lavoro di pochi giorni! Poi, se inventano un robot a bassissimo costo che va nelle case e mette le piastrelle m…

A Hebron è in vigore l’oppressione permanente dei palestinesi

Dalle punizioni collettive alle tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale,  passando per le “sterilizzazioni” delle strade dalla presenza palestinese come le chiamano i soldati, ogni “misura temporanea di sicurezza” che istituzioni e coloni israeliani testano su Hebron diventa poi uno strumento d’oppressione permanente imposto sull’intera Cisgiordania. Per usare le parole di Issa Amro, leader della resistenza non violenta nella regione, Hebron è il “laboratorio dell’occupazione”.

“Israelism”, la rivolta dei giovani ebrei negli USA contro l’indottrinamento sionista

Il film di Sam Eilertsen ed Erin Axelman “Israelism”, proiettato recentemente in Italia, racconta il processo di presa di coscienza di una intera generazione di ebrei americani cresciuti fin da bambini in un ambiente di ferreo indottrinamento al culto di Israele e alla propaganda sionista. Finché molti di loro, confrontandosi con la realtà dei palestinesi attraverso viaggi sul posto o nei campus universitari, non capiscono di essere stati spinti ad annullare la loro ebraicità nella fede cieca in un progetto etnonazionalista.

Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

Nella sinistra postmoderna il discorso sull’oppressione tende a ridursi al punto di vista della vittima. Gli oppressi vengono collocati all’interno di un gruppo indifferenziato la cui unica cifra è l’oppressione stessa. Questo atteggiamento porta ai giudizi ad hominem, poiché non contano tanto le idee ma la posizione in cui si colloca chi le esprime: se non sei un oppresso, non puoi parlare di emancipazione. Se sei un “vecchio uomo bianco”, tenderai sempre e solo a voler mantenere i tuoi privilegi. Le discussioni su chi ha il diritto di parola dovrebbero però lasciare il posto alle discussioni su che cosa ha da dire.