Come gestisce il potere il Partito comunista cinese?

Come funziona il principale organo amministrativo e legislativo della Repubblica popolare cinese? E, soprattutto, come sta cambiando? In questa intervista lo chiediamo al prof. Guido Samarani (che ha insegnato Storia e Istituzioni dell’Asia presso Università Ca’ Foscari di Venezia, di cui oggi è Senior Researcher) e alla professoressa Sofia Graziani (Storia e lingua cinese, Università di Trento), autori dell’ambizioso e accuratissimo “La Cina rossa. Storia del Partito comunista cinese” (Laterza, 2023).

Tra il 1949 il 1978 si sono tenuti in Cina soltanto quattro Congressi nazionali. Mentre nel quarantennio successivo ben otto, ai quali si è aggiunto quello del 2022. Cosa racconta questo aumento?

Samarani: Lo statuto del Pcc approvato nel 1945 stabiliva che il Congresso nazionale avrebbe dovuto tenersi una volta ogni tre anni. Nel 1956 l’intervallo di tempo fu esteso a cinque anni, ma tale norma statutaria non venne rispettata negli anni successivi: basti considerare che per più di dieci anni, tra il 1956 e il 1969, il Congresso non si riunì. Questa irregolarità fu il riflesso dell’instabilità politica, del fazionalismo e dell’eccessiva concentrazione di potere che segnò in particolare l’ultima fase del periodo maoista. Al contrario, la regolarità dei momenti formali a partire dalla fine degli anni Settanta è stata l’espressione di un più ampio processo di istituzionalizzazione della vita politica del Pcc avviato e consolidato dopo la morte di Mao.  

Voi pensate che questo processo di “istituzionalizzazione e legalizzazione della democrazia socialista” abbia davvero limitato leaderismo e fazionalismo? È davvero possibile il diritto di espressione dei singoli membri e delle posizioni minoritarie nel partito?

Samarani: Il processo di istituzionalizzazione della democrazia socialista è servito anzitutto e soprattutto ad impedire che si potesse ripetere quanto avvenuto in passato, in particolare negli anni della Rivoluzione Culturale e della fase finale del maoismo (dalla seconda metà anni Sessanta al 1976). Il ruolo del leader, come dimostra chiaramente il caso di Xi Jinping, resta centrale anche se ora inserito in una serie di norme che cercano, e in parte riescono, a dare al partito una vita più regolare e ordinata. Quanto alle “fazioni”, esse continuano a esistere in quanto rappresentanti di progetti e visioni diverse e anche alternative a quella egemone e dominante e anche in quanto unico modo, in seno a un partito imperniato sul centralismo democratico, di portare avanti proprie idee ed interessi. Vi è senza dubbio la possibilità di esprimere individualmente opinioni diverse da parte dei singoli membri del partito; tuttavia, sulle grandi questioni e scelte strategiche, proprio il principio del centralismo democratico impone che il singolo o la minoranza si conformino alle decisioni della maggioranza.

In Italia a fine anni Ottanta si diceva che la capitale d’Italia fosse Avellino, in riferimento alle varie personalità di spicco provenienti dalla provincia campana che ricoprirono incarichi di rilevanza politica, amministrativa e istituzionale durante il governo De Mita. Questo accade anche in Cina?

Graziani: Non vi è dubbio che le origini provinciali abbiano un ruolo importante anche in Cina. Le affiliazioni su base regionale possono, infatti, favorire la promozione interna, fornendo in parte le condizioni per lo sviluppo del fazionalismo. Il caso forse più noto è quello del “gruppo di Shanghai” (Shanghai bang), termine con cui si indica il network politico costituito da coloro che, negli anni Novanta, sono stati promossi in posizioni di rilevanza a livello centrale, soprattutto grazie ai legami politico-personali sviluppati con Jiang Zemin negli anni in cui era stato sindaco e segretario del partito di Shanghai (seconda met…

A Hebron è in vigore l’oppressione permanente dei palestinesi

Dalle punizioni collettive alle tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale,  passando per le “sterilizzazioni” delle strade dalla presenza palestinese come le chiamano i soldati, ogni “misura temporanea di sicurezza” che istituzioni e coloni israeliani testano su Hebron diventa poi uno strumento d’oppressione permanente imposto sull’intera Cisgiordania. Per usare le parole di Issa Amro, leader della resistenza non violenta nella regione, Hebron è il “laboratorio dell’occupazione”.

“Israelism”, la rivolta dei giovani ebrei negli USA contro l’indottrinamento sionista

Il film di Sam Eilertsen ed Erin Axelman “Israelism”, proiettato recentemente in Italia, racconta il processo di presa di coscienza di una intera generazione di ebrei americani cresciuti fin da bambini in un ambiente di ferreo indottrinamento al culto di Israele e alla propaganda sionista. Finché molti di loro, confrontandosi con la realtà dei palestinesi attraverso viaggi sul posto o nei campus universitari, non capiscono di essere stati spinti ad annullare la loro ebraicità nella fede cieca in un progetto etnonazionalista.

Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

Nella sinistra postmoderna il discorso sull’oppressione tende a ridursi al punto di vista della vittima. Gli oppressi vengono collocati all’interno di un gruppo indifferenziato la cui unica cifra è l’oppressione stessa. Questo atteggiamento porta ai giudizi ad hominem, poiché non contano tanto le idee ma la posizione in cui si colloca chi le esprime: se non sei un oppresso, non puoi parlare di emancipazione. Se sei un “vecchio uomo bianco”, tenderai sempre e solo a voler mantenere i tuoi privilegi. Le discussioni su chi ha il diritto di parola dovrebbero però lasciare il posto alle discussioni su che cosa ha da dire.