La sinistra nel Ventunesimo secolo: ancora una volta, prendere le mosse dai popoli

In uno scenario imperialista che ricorda assetti prenovecenteschi, l’esistenza della sinistra può riacquistare un senso solo se chi si sente ancora parte di questo mondo prende le mosse dalla solidarietà fra i popoli. E non si fa ingabbiare in paradigmi interpretativi appiattiti sul campismo e su una visione del mondo spazzata via dal Ventunesimo secolo. Questo saggio costituisce la seconda parte delle riflessioni pubblicate sul numero precedente di “MicroMega+”.
la sinistra

Negli ultimi sedici mesi abbiamo avuto molte dimostrazioni – convegni, interventi televisivi, riunioni, manifestazioni, articoli – del fatto che non c’è alcuna intenzione da parte di una buona fetta della sinistra occidentale di confrontarsi o anche solo di ascoltare le vittime del conflitto. E a ben vedere non potrebbe essere altrimenti: la riduzione della vicenda bellica all’inter-imperialismo, il concetto di guerra per procura, l’esplicitazione di un conflitto NATO-Russia, questa intera costruzione narrativa può reggere a patto che vengano accettati due punti fermi: il primo è la deterritorializzazione del conflitto, acciocché l’Ucraina non esista più in senso soggettivo bensì solo strumentale. L’Ucraina è il “non luogo” nel quale il conflitto globale e inter-imperialista si svolge nel quadro multipolare. Il secondo è il non riconoscimento della popolazione ucraina come soggetto bensì come strumento di guerra: le ucraine e gli ucraini costituiscono il “non popolo” che ubbidisce ciecamente a un leader, il quale a sua volta è una marionetta nelle mani dell’imperialismo occidentale. Ovviamente, se questa narrazione si dovesse confrontare con le voci della sinistra ucraina crollerebbe immediatamente: non si trova in Ucraina un solo soldato, un solo volontario, anche di sinistra, anche fra quelli che nel 2003 manifestarono contro la guerra occidentale in Iraq, che possa anche solo pensare di star combattendo una guerra per procura: si combatte contro un invasore e l’invasore è la Russia. Qualcuno potrebbe obiettare che la sinistra ucraina sia piccola e debole. Sicuramente è così ma comunque sempre più diffusa e numerosa dei battaglioni Azov et similia, così ben conosciuti e messi in rilievo da quella sinistra occidentale sempre intenta a scovare in ogni pertugio il soldato e/o il simbolo nazista (a patto che sia ucraino e non russo). Realtà di sinistra come Sotsіalniy Rukh (SR; The Social Movement) o Solidarity Collectives sono sostanzialmente ignorate, neppure interpellate ai fini di una collaborazione in interventi di natura umanitaria. Il problema si pone quindi su più livelli: non manca solo il riconoscimento, il contatto e il confronto politico: manca qualsiasi dimensione empatica.

La questione delle armi e della pace

Parte del movimento pacifista e della sinistra radicale ha pensato che per risolvere la questione siano indispensabili due cose: la prima è smettere di inviare le armi ad una delle due parti: quella ucraina ovviamente. Quella russa d’altro canto non ha bisogno di forniture, anzi: rimane tanto per fare un esempio il maggior fornitore di armi per l’intero continente africano. Le armi sono un prodotto di punta per l’export russo. La seconda cosa è promuovere un tavolo per il negoziato di pace. Le due richieste vengono spesso presentate insieme; tuttavia, si pongono su piani completamente diversi per quanto riguarda la loro concreta realizzazione. Se da un lato è facoltà di uno Stato fornire o meno armi ad un altro, la questione del negoziato rimane su un piano puramente astratto. Accettare una qualsiasi trattativa è nel potere di entrambe le parti nel caso si trovassero d’accordo. Ora, in nessun momento il governo russo ha espresso una seppur velata inten…

A Hebron è in vigore l’oppressione permanente dei palestinesi

Dalle punizioni collettive alle tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale,  passando per le “sterilizzazioni” delle strade dalla presenza palestinese come le chiamano i soldati, ogni “misura temporanea di sicurezza” che istituzioni e coloni israeliani testano su Hebron diventa poi uno strumento d’oppressione permanente imposto sull’intera Cisgiordania. Per usare le parole di Issa Amro, leader della resistenza non violenta nella regione, Hebron è il “laboratorio dell’occupazione”.

“Israelism”, la rivolta dei giovani ebrei negli USA contro l’indottrinamento sionista

Il film di Sam Eilertsen ed Erin Axelman “Israelism”, proiettato recentemente in Italia, racconta il processo di presa di coscienza di una intera generazione di ebrei americani cresciuti fin da bambini in un ambiente di ferreo indottrinamento al culto di Israele e alla propaganda sionista. Finché molti di loro, confrontandosi con la realtà dei palestinesi attraverso viaggi sul posto o nei campus universitari, non capiscono di essere stati spinti ad annullare la loro ebraicità nella fede cieca in un progetto etnonazionalista.

Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

Nella sinistra postmoderna il discorso sull’oppressione tende a ridursi al punto di vista della vittima. Gli oppressi vengono collocati all’interno di un gruppo indifferenziato la cui unica cifra è l’oppressione stessa. Questo atteggiamento porta ai giudizi ad hominem, poiché non contano tanto le idee ma la posizione in cui si colloca chi le esprime: se non sei un oppresso, non puoi parlare di emancipazione. Se sei un “vecchio uomo bianco”, tenderai sempre e solo a voler mantenere i tuoi privilegi. Le discussioni su chi ha il diritto di parola dovrebbero però lasciare il posto alle discussioni su che cosa ha da dire.