Ucraina, quale possibilità per l’Europa? Socialismo democratico o barbarie!

Molte ragioni pacifiste espresse a sinistra non tengono conto della realtà e, più o meno direttamente, avallano il progetto neocoloniale della Russia. Perché la pace a ogni costo è una pace ipocrita. Per una vera pace duratura è necessario che l'Europa si doti di un progetto alternativo basato sull'integrazione e una politica socialista democratica.
Ucraina

Voglio iniziare ringraziando l’autore per questo testo sfumato e stimolante. L’ho trovato utile per mettere ordine fra i miei pensieri riguardo alla moralità e l’immoralità delle varie posizioni sulla guerra scatenata dalla Russia in Ucraina. In ciò che segue, desidero non tanto offrire una recensione del pezzo quanto, piuttosto, riflettere e sviluppare alcune delle proposizioni fondamentali delineate nell’articolo. Il fatto di essere un’economista politica, un’attivista, una femminista, un’eco-socialista e un’ucraina, che si trovava nel Paese quando la guerra è iniziata, dà forma ai commenti che seguono.

La posizione e l’argomentazione di Kögler sono estremamente convincenti. Nel suo tentativo di riassumere le narrazioni proprie della sfera del diritto internazionale, dell’autodeterminazione e dei diritti umani, egli sostiene eloquentemente un argomento puramente morale a favore dell’Ucraina; la comprensione “di un sentimento e delle reazioni morali riguardo alla guerra, specialmente di una guerra votata all’autodifesa… [rendendo] possibile una risposta normativa alla guerra come strumento della politica, in quanto continuazione e realizzazione della moralità con altri mezzi”. Quello che però mi ha particolarmente interessata nell’articolo è ciò che viene rivelato, attraverso l’analisi, sui modi di intendere i tratti di immoralità e ‘pseudo-oggettivismo’ che una posizione apparentemente neutrale e “moralmente equidistante” comporta e quanto questa posizione sia ugualmente ipocrita, sinistra, controproducente, malinformata e narcisista. Le strumentalizzazioni usate come scuse per non fornire aiuto sono piuttosto patetiche: incapaci di identificare una “razionalità” che assomigli a quella di colui che osserva questa guerra, i belligeranti si auto-impongono l’ignoranza del ragionamento. Kögler osserva giustamente che “nulla ha maggiore senso di questa guerra per entrambe le parti direttamente coinvolte”, poiché gli ucraini lottano per sopravvivere ed esercitare l’autodeterminazione nazionale, mentre la Russia porta avanti il suo progetto di nazionalismo imperialista, in cui lo spazio cui ritiene di avere diritto viene assorbito e le persone vengono assimilate o annichilite, denotando così uno scontro tra due progetti nazionali distinti: uno decoloniale (per quanto fino ad ora imperfetto) ed uno neocoloniale.

Kögler (2023, pag. 6) osserva che la prospettiva geopolitica verso cui i sostenitori di tale posizione e i pacifisti si orientano è un’astrazione trans-soggettiva dall’individuale al collettivo – gli Stati e le sfere di influenza – che oscura “l’origine e la realtà della guerra” in un atto di “inganno infernale”. Nel contesto di un imperialismo capitalista, razzista, patriarcale ed ecocida, dove la destra in tutte le sue sfumature è in crescita, il pacifismo, l’equidistanza morale e la non-resistenza sono, a mio parere, espressione di un posizionamento e di un’ideologia borghesi, di una visione imperialista del mondo, non dissimile da quella di Putin o di Dugin, che è stata interiorizzata: si può essere o antimperialisti e antifascisti o pacifisti, ma non entrambe le cose.

A Hebron è in vigore l’oppressione permanente dei palestinesi

Dalle punizioni collettive alle tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale,  passando per le “sterilizzazioni” delle strade dalla presenza palestinese come le chiamano i soldati, ogni “misura temporanea di sicurezza” che istituzioni e coloni israeliani testano su Hebron diventa poi uno strumento d’oppressione permanente imposto sull’intera Cisgiordania. Per usare le parole di Issa Amro, leader della resistenza non violenta nella regione, Hebron è il “laboratorio dell’occupazione”.

“Israelism”, la rivolta dei giovani ebrei negli USA contro l’indottrinamento sionista

Il film di Sam Eilertsen ed Erin Axelman “Israelism”, proiettato recentemente in Italia, racconta il processo di presa di coscienza di una intera generazione di ebrei americani cresciuti fin da bambini in un ambiente di ferreo indottrinamento al culto di Israele e alla propaganda sionista. Finché molti di loro, confrontandosi con la realtà dei palestinesi attraverso viaggi sul posto o nei campus universitari, non capiscono di essere stati spinti ad annullare la loro ebraicità nella fede cieca in un progetto etnonazionalista.

Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

Nella sinistra postmoderna il discorso sull’oppressione tende a ridursi al punto di vista della vittima. Gli oppressi vengono collocati all’interno di un gruppo indifferenziato la cui unica cifra è l’oppressione stessa. Questo atteggiamento porta ai giudizi ad hominem, poiché non contano tanto le idee ma la posizione in cui si colloca chi le esprime: se non sei un oppresso, non puoi parlare di emancipazione. Se sei un “vecchio uomo bianco”, tenderai sempre e solo a voler mantenere i tuoi privilegi. Le discussioni su chi ha il diritto di parola dovrebbero però lasciare il posto alle discussioni su che cosa ha da dire.