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Cile: l’occasione perduta

Nel corso di quattro anni dall’esplosione delle proteste sociali a oggi, la popolazione del Cile ha rifiutato ben due progetti di riforma costituzionale, di segno opposto fra loro, mandando alle élite politiche di tutti i colori un chiaro segnale di perdita di fiducia e disillusione. È un fallimento soprattutto della sinistra che ha perso una grande occasione per dare vita a una nuova stagione di diritti e di uguaglianza sociale per l’intera società cilena.

Lo scorso 17 dicembre il Cile, con il 55,76% dei voti contrari, ha rifiutato per la seconda volta consecutiva un progetto costituzionale per sostituire la Costituzione promulgata nel 1980 durante il regime di Pinochet. Una delle foto più significative comparse durante la campagna costituzionale ritrae una giovane donna di spalle con un cartellone appeso sulla schiena che recita “contro un testo che nessuno ha chiesto”. Sebbene si riferisse al progetto costituente sottoposto a referendum la scorsa settimana, dice qualcosa sull’intero processo: la classe dirigente cilena, nuova o vecchia che sia, in questi quattro anni non è stata in grado di costruire ponti per favorire il dialogo all’interno di una società divisa, fortemente polarizzata. Disuguaglianze sociali, aumento dell’insicurezza e incertezza per il futuro avevano spinto la stragrande maggioranza dei cileni e delle cilene a prendere parte all’estallido social dell’ottobre 2019, al grido di “no son treinta pesos, son treinta años“. Sul finire del 2023, il Paese andino si trova quasi allo stesso punto di partenza. Come dice Paul Walder, membro del Centro Latinoamericano de Análisis Estratégico (CLAE), “se all’epoca l’espressione era la rabbia collettiva, oggi è il disagio e il pessimismo”. Com’è possibile che dalla rabbia, dalla speranza, si sia arrivati alla disaffezione? Che cosa è successo in questi quattro anni?

Nel 2019, come menzionato, è esplosa la miccia: dopo un mese e mezzo di proteste le forze politiche rappresentate al Congresso avevano raggiunto un accordo per dare uno sbocco istituzionale alle manifestazioni. Da quel momento si decise di convocare un plebiscito per chiedere a cittadine e cittadini se volessero cambiare la legge fondamentale cilena. A causa dell’esplosione della pandemia, il referendum fu rimandato a ottobre 2020, a un anno dalla storica manifestazione in quella che era stata ribattezzata Plaza Dignidad. Il popolo cileno si espresse ampiamente a favore (il 78,28%) di una nuova e inedita fase costituente. Il 2021, poi, fu l’anno della sinistra, che era riuscita a capitalizzare al meglio l’entusiasmo delle manifestazioni: a maggio, alle elezioni dei membri della convenzione costituzionale ottenne la maggioranza dei seggi. Un grande successo, in particolare per le liste indipendenti, non legate ai partiti tradizionali; mentre alle presidenziali di novembre e al ballottaggio di dicembre

Marie Curie, donna e scienziata tra impegno e libertà

Novant’anni fa moriva Marie Curie, la più importante scienziata del Novecento. Nata in Polonia come Maria Salomea Skłodowska, assunse il nome di Marie Curie in seguito al suo trasferimento in Francia e al matrimonio con Pierre Curie, con cui condivise una straordinaria avventura umana e scientifica. Prima donna ad aver insegnato alla Sorbona e due volte premio Nobel, ha vissuto la sua vita con la convinzione dell’importanza della cultura quale fattore di miglioramento dell’individuo e della società.

Il Civil Rights Act compie sessant’anni: breve storia di un secolo di lotte

Il 2 luglio 1964 il presidente Lyndon B. Johnson firmava la legge che rendeva illegale la segregazione negli Stati Uniti. Ricordare questo evento non può che tradursi nel ripercorrere la storia del movimento per i diritti civili: dai tanti personaggi di spicco – come Martin Luther King, Rosa Parks, Angela Davis – alle persone i cui nomi sono rimasti nell’ombra ma il cui contributo è stato cruciale.

Enrico Berlinguer, conoscerne il pensiero oltre il mito depoliticizzato

Il santino propagandato da media mainstream e conosciuto dalle nuove generazioni è un Enrico Berlinguer dimezzato: ricordato per la sua capacità di creare empatia e connessione sentimentale con un “popolo della sinistra” oramai sempre più rarefatto, ma sostanzialmente depoliticizzato perché espunto da quella tradizione comunista alla quale Berlinguer si rifece, in modo innovativo e creativo, per tutta la sua esistenza, convinto che andasse cercata una via nuova al socialismo e al superamento dell’oppressione capitalistica sull’umanità e sul Pianeta.