Prigionieri civili ucraini in Russia: un destino in bilico

Migliaia di cittadini ucraini sono stati fatti prigionieri dalle forze russe. Non possono comunicare con avvocati e familiari, non hanno possibilità di ricorrere in appello o di essere oggetto di scambi di prigionieri. Quale sarà il loro destino?

“Un anno e sette mesi. Era il giorno del suo compleanno, il 13 maggio”.

Elena Korniy calcola il tempo trascorso dall’ultima volta che la sua famiglia ha visto sua sorella minore, Iryna Horobtsova. Due lettere e una breve nota è tutto ciò che la famiglia ha ricevuto da quando Iryna è stata rapita dai servizi di sicurezza russi a Kherson nel maggio 2022.

Molti anni fa, prima che i social media diventassero onnipresenti, io e Iryna ci conoscevamo. Abitavamo a Kherson in condomini vicini e ogni mattina, per raggiungere l’università, prendevamo il minibus che dalla periferia nord della città arrivava in centro.

Una ragazza austera con i capelli blu e un libro in mano. All’università studiavamo su piani diversi, ma in seguito ci saremmo incontrati più volte alla settimana al dipartimento di informatica. Abbiamo iniziato a chiacchierare durante i miei ultimi anni di studio: sia i suoi amici sia i miei ex compagni di scuola frequentavano il locale in cui lavoravo. Alla fine Ira, nome con cui la conoscevo, si è laureata e ha iniziato una carriera di successo nello sviluppo IT; si è sposata, ha divorziato e ha preso un appartamento in centro.

Ira è una delle migliaia di civili ucraini ora trattenuti dalla Russia – senza poter comunicare con avvocati e familiari, senza possibilità di ricorrere in appello o di essere oggetto di scambi di prigionieri – e il cui destino è in bilico.

Restare o abbandonare Kherson

“La guerra cambia molto le persone”, dice Elena mentre ricorda gli ultimi giorni di febbraio 2022, quando l’esercito russo, avanzando dalla Crimea, circondò Kherson e funzionari, polizia e servizi di sicurezza ucraini lasciarono in fretta la città.

“Molti di noi non sapevano cosa fare. Ma Ira salì in macchina e corse nelle farmacie: comprò antidolorifici, antinfiammatori e siringhe, e consegnò tutto agli ospedali”, ricorda Elena.

I presidi sanitari della città furono presto pieni: centinaia di volontari, armati frettolosamente il giorno prima, tentarono senza successo di frenare l’avanzata di migliaia di soldati russi. E presto anche le vittime dei bombardamenti russi fecero la loro comparsa nei pronto soccorso. Ira si offrì volontaria per riportare a casa medici e infermieri dopo i lunghi turni; non c’erano più trasporti pubblici in città.

La prima manifestazione spontanea degli abitanti di Kherson ebbe luogo il 5 …

A Hebron è in vigore l’oppressione permanente dei palestinesi

Dalle punizioni collettive alle tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale,  passando per le “sterilizzazioni” delle strade dalla presenza palestinese come le chiamano i soldati, ogni “misura temporanea di sicurezza” che istituzioni e coloni israeliani testano su Hebron diventa poi uno strumento d’oppressione permanente imposto sull’intera Cisgiordania. Per usare le parole di Issa Amro, leader della resistenza non violenta nella regione, Hebron è il “laboratorio dell’occupazione”.

“Israelism”, la rivolta dei giovani ebrei negli USA contro l’indottrinamento sionista

Il film di Sam Eilertsen ed Erin Axelman “Israelism”, proiettato recentemente in Italia, racconta il processo di presa di coscienza di una intera generazione di ebrei americani cresciuti fin da bambini in un ambiente di ferreo indottrinamento al culto di Israele e alla propaganda sionista. Finché molti di loro, confrontandosi con la realtà dei palestinesi attraverso viaggi sul posto o nei campus universitari, non capiscono di essere stati spinti ad annullare la loro ebraicità nella fede cieca in un progetto etnonazionalista.

Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

Nella sinistra postmoderna il discorso sull’oppressione tende a ridursi al punto di vista della vittima. Gli oppressi vengono collocati all’interno di un gruppo indifferenziato la cui unica cifra è l’oppressione stessa. Questo atteggiamento porta ai giudizi ad hominem, poiché non contano tanto le idee ma la posizione in cui si colloca chi le esprime: se non sei un oppresso, non puoi parlare di emancipazione. Se sei un “vecchio uomo bianco”, tenderai sempre e solo a voler mantenere i tuoi privilegi. Le discussioni su chi ha il diritto di parola dovrebbero però lasciare il posto alle discussioni su che cosa ha da dire.